martedì 19 luglio 2011

Serve insegnare l'empatia? ...la gente non se ne approfitterà?

Tempo fa mi è stata posta questa domanda. Ne è nata, più o meno, la seguente lettera rivolta ad un'amica:

...
L'empatia come forse avrai letto già mille volte è "la capacità di mettersi nei panni degli altri". Cosa vuol dire questo esattamente? Lo sai già? Cosa mi risponderesti se ti chiedessi qual è la differenza tra empatizzare con una persona e invece semplicemente capire quali sono i suoi sentimenti?

...pensato?

Ebbene: quando si "capisce" qualcosa in genere si diventa in qualche modo capaci di dargli un senso, di metterlo in relazione logica con quanto succede e/o con ciò che conosciamo. Fai finta di sentire un

-"Ahia!!!", e subito guardare lo sfortunato esclamatore con aria interrogativa

-"...mi sono appena morso la lingua", egli ti risponderà

Immagina la risposta pronunciata con una voce mezza da bimbo, ed una smorfia buffa. Potresti scoppiare a ridere magari. Immaginala invece ora pronunciata con un tono di voce addolorato, e con una seria e reale espressione di dolore sul viso. In quel caso probabilmente non solo non riderai, ma quasi sentirai anche tu il dolore.

Perché? Come spiegare queste due reazioni opposte ad uno stesso avvenimento? Perché nel primo caso rideresti, e nel secondo invece con tutta probabilità staresti un po' male anche tu?
Semplice: nel primo caso "capiresti" cos'è successo. Nel secondo caso invece "empatizzeresti" con il dolore provato dall'altro. Solo dopo aver empatizzato potrai attuare magari una reazione divertita all'avvenimento, o chissà se fossi una mamma soccorrerlo sfortunato o intimargli una maggiore attenzione.

Cmq insomma: quando si empatizza dapprima almeno non si capisce davvero ciò che sta succedendo. Si vive invece ciò che sta vivendo l'altro e basta, si prende in qualche modo su di sé la sua emozione, il suo vissuto. Questo non è di per sè una garanzia di qualcosa, perché magari neanche chi sta empatizzando è in grado di farsi carico dell'emozione in questione. In genere però un'emozione empatizzata è più tollerabile di una che invece viene vissuta in prima persona. Poiché in fin dei conti chi empatizza sta ricevendo un'emozione altrui quest'ultima gli risulta almeno un po' più tenue, più facilmente gestibile.

E' utile che le persone imparino ad empatizzare? Direi proprio di sì. Per esempio in letteratura tipicamente si trova che i criminali più efferati e pericolosi "non sentono" il dolore delle loro vittime. Quando anzi si riesce a metterli in contatto con questo dolore si aprono delle strade per un cambiamento della loro condotta criminosa. In generale sentire sulla propria pelle il dolore di un'altro è uno stimolo più forte a dargli una mano di quanto non sia capirlo e basta. Quando un evento doloroso che ci colpisce in prima persona, è ben più difficile ignorarlo o ancor peggio approfittarne per il proprio tornaconto personale

E perciò, insomma...
...non sarebbe bello poter insegnare l'empatia un po' a tutti?







P.S.: in realtà il concetto di empatia in psicologia va oltre il semplice provare l'esperienza altrui e comprende ad esempio anche la capacità di farlo in maniera consapevole (a differenza per esempio di quant succede nel "contagio emotivo") e non giudicante (a differenza di quanto succede ad esempio nella "compassione"). A chi volesse approfondire il concetto raccomando la voce "empathy" su Wikipedia in lingua inglese (quella italiana mi sembra attualmente insufficiente e poco chiara). Commenti e domande qui sotto sono benvenuti naturalmente

giovedì 9 giugno 2011

Lettera ad un neopadre

Mi hai chiesto, se ho capito bene, quale sia un intervento educativo molto importante, duraturo, e applicabile già da subito

Una premessa:
In questo periodo mi sto interessando al concetto di intelligenza emotiva. Per "intelligenza emotiva" si intende (detto in generale) la somma delle capacità di comprendere le emozioni proprie (autoconsapevolezza emotiva), quelle altrui (empatia), e di saperle gestire in maniera efficace. A cosa serve questa intelligenza?
Si è studiato (tra le altre cose tramite diversi studi longitudinali, per lo più in America) quale fosse ad esempio il successo scolastico di bambini in grado di contenere gli impulsi e resistere alle frustrazioni, o in grado di avere buoni rapporti con i compagni e con gli adulti, e altre qualità simili. Si è osservato che la padronanza dell'intelligenza emotiva misurata in bambini di soli quattro anni è già correlata in maniera positiva ad esempio al futuro successo scolastico e lavorativo. E non solo: essa è correlata al successo lavorativo più di quanto non lo sia il quoziente intellettivo classico misurato con i suoi tipici test in bimbi della stessa età (il quoziente intellettivo è insomma un peggiore indice predittivo del successo lavorativo e sociale).
Questo risultato deve far pensare. Perchè? Perchè la scuola si occupa principalmente dello sviluppo di capacità logico-razionali applicate alla conoscenza del mondo esterno. A scuola non ci sono vere e proprie lezioni sulle emozioni, sul nostro mondo interno, e non è affatto scontato che un insegnante possa gestire i conflitti emotivi e relazionali inevitabili nella vita scolastica facendone occasione di crescita per tutti gli alunni. Anzi. Ben poco è organizzato appositamente per la crescita emotiva degli alunni. Lo spazio dedicato alla riflessione su sé stessi è anche a scuola (così come in molti altri luoghi) estremamente ridotto. Questo è un limite di cui bisogna tener conto.
Questo limite fa sì che l'educazione emotiva impartita in famiglia sia fondamentale.

Come si educa l'intelligenza emotiva?
Nota bene: intanto soprattutto con l'esempio

Già tra due tre anni qualche chiacchierata per molti versi interessanti con il tuo bimbo la potrai fare. Nel frattempo però (e pure dopo in realtà) anche se lui non capirà il contenuto delle tue comunicazioni verbali vedrai che sarà attentissimo ad altre cose: al tuo tono di voce; alle tue inflessioni emotive; al modo in cui materialmente lo tratterai quando con lui giocherai o gli darai da mangiare; etc.
Insomma, lui sarà e sicuramente già è molto sensibile a tutti i complessi segnali non verbali delle vostre interazioni.

Cosa può fare chiunque per operare al meglio anche con questi segnali? Per trasmettere con essi tutte le emozioni positive e l'interesse che immagino tutti vogliano trasmettere ai propri cari?
Direi in breve: mettersi in discussione.

Mi dicevi sabato: "Poniamo che uno si arrabbi spesso. Come fa uno ad arrabbiarsi di meno?"
Questa domanda mi piace un sacco, la prendo come esempio.
Ai fini del nostro discorso non è tanto importante il tipo di emozione negativa che uno agisce. Potrebbe trattarsi di rabbia, tristezza, ansia. Sono invece importanti la frequenza e l'intensità con cui uno dovesse agire una certa emozione.

Cosa voglio dire?
Devi sapere che ognuno di noi si porta dietro un certo bagaglio di risposte per così dire automatiche, estremamente frequenti. Data una certa situazione ognuno avrà una sua reazione preferenziale, sviluppata in anni e anni di esperienza. Del resto in un certo senso la rabbia ci carica di energia, l'ansia ci permette una grande attenzione ai possibili pericoli, etc. Insomma: anche cose apparentemente negative hanno una loro utilità che ci spinge ad agirle.
Quand'è che queste cose diventano davvero negative?
Quando le agiamo di continuo, senza pensarci, e magari con un'intensità ben diversa da quanto vorremmo.


Allora prima pensa: "qual è la mia reazione per così dire tipica ai problemi?"
"Mi arrabbio?"
"Mi preoccupo?"
"Mi rattristo?"
Dopo, lavora per riconoscere quando reagirai in questa tua tipica maniera automatica ad esempio al pianto incomprensibile del tuo bambino, o a chissà quali altre cose che inevitabilmente capiterannno nel tuo percorso con lui.
Quando riconoscerai una di queste tue rispose automatiche chiediti: "Cosa potrò fare la prossima volta che avrò un problema simile?" - oppure, nelle occasioni migliori: "Cos'altro posso fare già ora?" - "Passato il colmo dell'emozione potrò dedicarmi ad una soluzione più efficace di quella adottata adesso. Quale?"
Il passo successivo sarà ovviamente la pratica. E' qualcosa di simile al metodo scientifico:
"Osservazione", "Ipotesi", "Esperimento"

E ok. Per adesso questo è quanto
A presto





P.S.: ho preferito mantenere il formato di "lettera" per questo post per vari motivi. Uno di essi è importante: il "metodo" da me suggerito è efficace quando si intende intervenire su di sé in un certo senso a prescindere dall'altro che entra a far parte della nostra reazione. Questa è esattamente la condizione in cui si trova un genitore.
Il pianto di un bambino di pochi mesi è geneticamente programmato per essere un evento fastidioso per gli adulti. Del resto se consistesse in una melodiosa carezza acustica potremmo facilmente continuare ad ignorarlo, magari a sognare mentre il bimbo ha per esempio molta fame, o molto freddo. Di fronte ad un pianto noi potremo avere tutte le migliori ragioni del mondo per infastidirci (magari esserci appena addormentati dopo chissà quante notti insonni). Ma se reagiremo solo con rabbia, ansia, sconforto, o quant'altro, non so proprio cosa potremo ottenere di buono per noi e per il nostro bambino. Nè potremo pretendere da lui che la prossima volta ci chiami con calma e parole dolci.
Quindi: con questo metodo potremo almeno provare ad intervenire con una mentalità attiva là dove avremo zero controllo sull'evento per noi emotivamente scatenante, ed in questo modo avere un'occasione per determinare per noi una differenza in positivo

venerdì 2 luglio 2010

Stitichezza mentale

A volte cerchiamo delle cose e ne scopriamo altre decisamente più curiose. Stavo spulciando libri e siti per verificare alcuni dubbi in materia di disturbi psicosomatici quando incappo casualmente nella voce stipsi. Ma dai!, dico tra me e me, e inizio a leggere...
Dunque, la "metafora" a cui l'inconscio ricorre per esprimere, anzi, segnalare un malessere interiore ruota intorno al trattenimento agito dall'intestino. L'interpretazione sembra duplice: in un caso la stipsi cronica simboleggia avarizia (trattenimento esagerato per sè), nell'altro timore di perdere qualcosa o qualcuno a cui si tiene molto (ansia, appunto, di trattenerlo).
Particolarmente interessante è la conclusione Groddeckiana di vedere nella stitichezza "mentalmente indotta" un'atto di ostinatezza (cfr. in proposito questo post). Altri studi ritornano sul rapporto originario tra defecazione e senso di "successo", coprofilia (per approfondire questo termine leggete la voce "coprofilia e coprofagia" di questo articolo) poi inibita durante l'educazione (che trasforma l'evacuazione in un atto aggressivo e sporco). E' a questo punto che nasce l'associazione tra feci e pulsioni negative: l'intestino sembra al contempo respingerle e catalizzarle su di sè, ed è frequente che coloro che sono particolarmente pessimisti, amareggiati e depressi soffrano di una qualche forma di stitichezza cronica.
Riassumendo: come gli antichi aruspici anche noi dobbiamo esercitarci nella lettura di un mondo interiore (mai aggettivo fu più azzeccato): il nostro.
Ricordiamocelo prima di tirare lo sciacquone :D


[il commento "che post di m***a" non vale!]

sabato 8 maggio 2010

Repetita: iuvant?


Nelle sue multiformi evoluzioni il linguaggio umano ha raggiunto forme sempre più complesse, consentendo, a chi sa utilizzarlo con appropriatezza, di esprimersi nella maniera più precisa possibile. Ci sono, è vero, delle differenze culturali: per alcune culture ad esempio non ci sono parole che indichino il colore verde. A noi può sembrare assurdo, per loro che magari vivono continuamente immersi nella natura il verde è un dato scontato.
Però, escludendo queste mancate corrispondenze, troviamo, entro ogni linguaggio e ogni cultura, almeno alcune parole a cui corrisponde inequivocabilmente un significato, concreto o astratto che sia: qualcosa di fortemente autoesplicativo, che non necessita ulteriore spiegazione. E una serie di altri termini che, seppure fraintendibili, collocati in determinati contesti lo sono decisamente meno. Ovviamente un discorso analogo potrebbe essere fatto anche per i gesti, per i simboli, e per tutto ciò che è comunicazione.
Ecco allora il quesito che mi affascina: cosa ci porta, nonostante questa specializzazione del linguaggio (cui dovrebbe corrispondere una maggiore efficienza qualitativa, in termini di comprensione, e quantitativa, in termini di tempo necessario a comprendere) a ripetere?

Vediamo ad esempio questa poesia di Corrado Govoni, Piccole cose:

Da ogni parte le campagne
suonano il mezzogiorno,
come morbide
zane
che vogliano
cullare il giorno.
Nella cucina il vecchio
pendolo
scatta. Il micio è andato
fuori.
Giù, nella via, un
fruttivendolo
grida "bei pomi, cavoli
fiori!"
Il moro del caminetto
ascolta la sua trottola di gesso.
Mia madre sta facendo il letto.
Io mi sono alzato adesso.
Ed è sabato, la vigilia
di Domenica. I
raggi del sole sbiadiscono.
Il calenda
rio nota la vigilia.
Passa un bi
roccio. I vetri abbrividiscono.

C'è una prima forma di ripetizione, esplicita, costituita dal sistema di alliterazioni "a catena interna " tra versi contigui (ne ho evidenziate col grasseto nero, a titolo esplicativo, soltanto due, distanti tra loro e quindi meglio evidenziabili: la f nella prima metà della poesia e la r degli ultimi tre versi). Il perchè di questa scelta, anticipata già dal titolo, è in chiara sintonia col crepuscolarismo dell'autore: porre l'accento sulle "insignificanti", piccole cose, corrispondenti appunto a parole diverse con posizioni simili all'interno dei versi.
C'è però anche un'altra forma di ripetizione, meno evidente: ricostruiamola guardando le parole evidenziate in grasseto rosso.
La relazione tra "zane" e "cullare" è chiara: si evita la cacofonia (in questo caso, la ripetizione di "culla" e "cullare" che, confermando le mie aspettative di inizio post, risulterebbe appunto eccessiva, fuori posto), rinforzando l'attenzione su un oggetto e una situazione decisamente comune... e ci ritorna su una terza volta con il "pendolo". Perché? Perché il richiamo qui non è il suono, non è la sinonimia, ma è l'idea di un movimento: si enfatizzano oggetti di uso comune ripetendone l'idea di movimento, e cioè il dondolio della culla e del pendolo (e chissà che nella mente del poeta non si sia raffigurata anche un'assonanza tra "dondolo" - implicito nell'idea appunto del dondolio - e "pendolo". A me è venuta subito in mente).
Una ripetizione, anche in quest'ultimo caso, che enfatizza e rinforza. Una scelta comunicativa, in sostanza, che nel contesto - in questo caso - poetico amplifica le possibilità espressive del linguaggio di uso comune.
Pensiamo ora invece ad un'altro frutto dell'umano intelletto, e cioè il Bolero di Ravel. In questo caso la continua ripetizione dei due temi che lo compongono è sicuramente da ricondurre alla situazione ipnotica che l'autore intende ricostruire (si veda per esempio questa interessante interpretazione e questa nota sul linguaggio musicale), ipnosi di matrice erotica se pensiamo che originariamente il balletto per cui il Bolero era stato composto prevedeva come fulcro della situazione una seducente figura femminile intenta a danzare su un tavolo mentre gli altri protagonisti della scena (uomini) si stringono progressivamente, sempre più ammaliati, intorno a lei. In questo caso, tuttavia, le note biografiche dell'autore si intrecciano con quelle musicali perché, a ben vedere, il compositore soffriva di quel male che solo più tardi sarebbe stato diagnosticato come morbo di Alzheimer.
Acquisisce allora, date queste premesse, una nuova sfumatura la ridondanza sonora così come nasce nella mente di Ravel, prima ancora di come viene eseguita in pubblico: un anticipo della ripetitività, e della sostanziale staticità, del suo pensiero o, detto altrimenti, un'anticipo "creativo" dei drammatici disturbi cognitivi a cui andrà incontro. Ripetitività, in sostanza, come imago mortis.
Può far strano ricondurre qualcosa che prima facie richiama il movimento - a maggior ragione se una musica composta per un balletto - a una quasi pulsione di morte. Eppure come considerare una ripetitività rivelatasi fine a sé stessa, se non come un finto dinamismo, finto almeno quanto il dinamismo meramente meccanico di una marionetta (in quel caso la morte non come fine di un processo ma come semplice assenza di vita è evidentemente presente)?
Anche nel nostro immaginario collettivo (incluso quello di derivazione letteraria) la marionetta, figura che ripete i movimenti di esseri umani vivi, veri, richiama alla mente - che sotto sotto non si inganna! - assieme all'idea del piccolo prodigio, un non so che di strano, innaturale. Esattamente come avviene per la larva di petroniana memoria: un non morto che può ripetere (anche all'infinito) le stesse azioni dei viventi, esorcizzando così la paura della morte.
O, ancora, Baudelaire, tanto per ritornare nell'ambito poetico, richiama l'idea della morte attraverso l'immagine dei fili che trattengono il corpo della "ripetente" per antonomasia, la marionetta: Plus encore que la Vie, La Mort nous tient souvent par des liens subtils.
Nessuna rivelazione straordinaria, per la verità: un qualunque corpo vivo non avrebbe bisogno di ripetere la vita altrui, potrebbe agirne una originale, creata da sé.
Eppure, quante situazioni non create ad artificio ci fanno vivere un anticipo di morte proprio attraverso la ripetizione? Pensiamo agli spasmi dell'epilessia: una ripetizione veloce dello stesso gesto, oggi spiegabile come un disturbo neurologico, ma in passato decisamente imperscrutabile. Ancora una volta: eccessiva, innaturale. Gli antichi risolsero la questione trascendendo l'incomprensibile, e così presso molte culture l'epilessia diventò il Male Sacro.
Il punto non è arrivare ad una lettura che sia solo razionale o solo irrazionale della questione della ripetitività. Il "nostro" (contemporaneo, occidentale) malato di demenza, ad esempio, quando pone domande ripetitive deve superare in realtà sia un problema mnemonico che di gestione dell'ansia, che a sua volta è per definizione "paura della perdita del controllo": la classica sensazione dell'essere "in bilico",o di non percepire più il confine (ad esempio tra l'essere-sentirsi vivi e tra l'essere-sentirsi morti), che è, in ultima istanza, anche un problema metafisico.
Anche in questo caso c'è un'evidenza lapalissiana: la morte è davvero ineluttabile solo per chi è vivo! Da questo punto di vista l'ansia di morire, e la gestione della stessa attraverso la ripetitività, sono un buon segno: del fatto che siamo vivi, ad esempio.
Ma neanche questo ci rassicura. Forse perché nella ripetizione c'è, per dirla con Freud, anzi forse un po' meglio con Jentsch, qualcosa di perturbante. Almeno finché la nostra mente non viene ingannata molto, molto bene (si vedano a tal proposito gli studi sulla c.d. zona perturbante o uncanny valley).
In sostanza, laddove non c'è una premeditata intenzione di ripetere qualcosa per ottenere qualcos'altro attraverso l'artificio stesso, la nostra mente (il nostro istinto di sopravvivenza? la nostra tensione all'immortalità? il bisogno di fare ordine nel reale con una visione in bianco e nero?) ci pone un aut aut: autentico contro imitazione, repetita versus unicum. E non solo nella lettura del reale, ma anche nella consapevole gestione della nostra vita, nel nostro confermarci, in quanto perituri, primariamente vivi. Con le parole di Simmel: "solo ciò che è unico e irripetibile può propriamente morire".

mercoledì 14 aprile 2010

...ergo sum

Se un albero cade nella foresta, ma nessuno si trova lì intorno a sentirlo, emette un suono?
George Berkeley

Vorrei tornare su un argomento toccato in questo post. Premetto che ha poco a che fare con le neuroscienze, si tratta di una speculazione in un campo nel quale sono profano.

Si discuteva della consapevolezza di , la cui definizione forse banale non é; nella discussione di allora se ne parlava come della capacità di una persona di sottoporre alla propria attenzione espressioni della propria interiorità e del proprio comportamento. Maggiore la consapevolezza di sè, maggiore la quantità di informazione su se stessi accessibile esplicitamente, laddove "esplicito" va inteso in analogia con l'apprendimento implicito/esplicito: il criterio sarebbe così la capacità di verbalizzare l'informazione posseduta.

Si diceva nel post che ci sono modi individuali di ampliare la propria consapevolezza di ; per un raffronto si può leggere questo blog. Infine si dibatteva se questa qualità sia un mezzo o un fine.
In questo post vorrei argomentare che:

1. la manipolazione cosciente del comportamento presenta vantaggi e svantaggi, e non sembra costituire il fine ultimo dell'apprendimento;
2. le azioni umane non sembrano motivate da un'esigenza di maggior consapevolezza, e una maggior consapevolezza non pare rispondere alle domande essenziali a cui il comportamento umano (inclusa la ricerca della consapevolezza di sè) fornisce una risposta.

Col primo punto mi riferisco al fatto che il trovarci ad analizzare coscientemente dati avviene nostro malgrado, è insomma un sottoprodotto del fine che vogliamo conseguire. Quando ad esempio abbiamo imparato a guidare, abbiamo attraversato una fase nella quale ogni nostra azione era controllata attentamente. In realtà non potremmo guidare, se dovessimo pensare a ogni movimento! Saremmo troppo lenti, perché la coscienza ha una capacità troppo ridotta.
Lo stesso discorso vale per altri esempi di apprendimento procedurale. La competenza è tale proprio perché non richiede la mediazione dell'attenzione. Applicare questo discorso all'apprendimento concettuale può sembrare inappropriato, ma proviamoci. Pensiamo al linguaggio. Pensiamo alle associazioni "overlearned", cioè ultra-apprese, as esempio tra il volto e il nome dei nostri cari. Questo è un esempio di memoria esplicita, eppure con l'andare del tempo diviene implicita, e non richiede più la nostra attenzione (osserviamo per inciso che questo potrebbe dipendere dal consolidamento dell'informazione, inizialmente codificata dall'ippocampo, nella corteccia cerebrale).

Una volta discorrevo di Leopardi, e il mio interlocutore mi ha detto:"Secondo te quando tempo ci ha messo Leopardi a scrivere questi capolavori? Mesi? Anni? No. Li ha buttati giù così, perché talmente era intriso di cultura classica che gli veniva naturale."
Ecco, la competenza a cui aspiriamo è questa. E credo sia così anche per le cose della vita: desideriamo comportarci in modo diverso, ma fluidamente, senza sforzo.
La consapevolezza è uno strumento utilissimo, necessario ogniqualvolta dobbiamo adattare il nostro comportamento. Se, per esempio, ci recassimo in Gran Bretagna, sarebbe terribilmente pericoloso attraversare la strada affidandoci all'esperienza maturata altrove!

Dunque la consapevolezza di sè serve quando vogliamo adattarci. Viviamo in un ambiente complesso, in cui questa esigenza si manifesta spesso; quindi effettivamente una maggior consapevolezza potrebbe risultare vantaggiosa.
Ma esiste poi questa quantità? Esistono dei gradi che uno può conquistare? Una volta conquistato un grado si può tornare indietro? In accordo con l'idea che si tratti di uno strumento di adattamento, è plausibile pensare che serva più nel momento in cui le condizioni cambiano, rispetto a quando restano stabili. E poi, se la fase di adattamento nasce come transitoria, ci si potrebbe chiedere: ma davvero noi ci vogliamo adattare? Qual è la pressione che ci induce a compiere questo sforzo? Forse il dolore, o l'ambizione?

Se uno osserva la storia umana, forse è più propenso ad affermare che l'uomo cerca di adattare l'ambiente alle proprie esigenze. Diciamocielo francamente: con tutta la nostra autoconsapevolezza, cambiare il nostro comportamento - o addirittura la nostra personalità - è una fatica bestiale. Mica è detto che sia la soluzione migliore, peraltro. Potremmo cercare di mantenerci nella nostra "nicchia ecologica" e dedicare attenzione ad altre cose, che non siano il miglioramento di noi stessi. Potremmo anche solo goderci la vita. Che motivazione abbiamo per fare altrimenti?

Ecco, secondo me le azioni che noi compiamo rispondono a dei bisogni. Alcuni sono basilari. Ma la nostra vita non si esaurisce a questi: se così fosse faremmo come i leoni, che riposano circa 20 ore al giorno.
Io trovo che la domanda fondamentale a cui cerchiamo risposta se la sia fatta Cartesio. La domanda è: come faccio a sapere che esisto?
Uno potrebbe pensare che una simile domanda astratta richieda già un certo talento concettuale. Non è così, perché si può domandarselo implicitamente. La cosa è chiarissima in contesto sociale: ciascuno è alla ricerca di indizi che testimonino la considerazione che di lui/lei gli altri hanno. Cosa pensa "x" di me? Quanto valgo? È appropriato che mi comporti in un certo modo? Le percezioni sono poco potenti nell'assicurarci che esistiamo: non ci basta guardarci intorno e così constatare la funzionalità del nostro sistema visivo. Noi cerchiamo effetti, cerchiamo tracce del nostro impatto nel mondo. Vogliamo essere riconosciuti (si leggano "Le notti bianche" citate nel post precedente). Quando uno grida ed esercita violenza, cerca di ottenere un impatto che altrimenti non sarebbe alla sua portata. Quando uno lavora e riceve stima, denaro, o un manufatto, trova la rassicurazione che egli esiste. Quando uno guarda i suoi figli, trova in essi la certezza: "Da me si è originato questo essere vivente". Quando facciamo shopping sfrenato, quando divoriamo la cena, non diventano forse questi beni di consumo testimonianza del nostro impatto?
E la morte che ci spaventa tanto, non è forse il momento in cui cessiamo di esistere?

Da bravo nerd, la risposta individuale di Cartesio, paladino tipo della consapevolezza di sè, è: cogito, ergo sum. Il dubbio sostanzia l'uomo. Ma questa è la risposta di Cartesio. Se uno si guarda intorno, vedrà gente che lavora 12 ore al giorno, gente che si impegna a far quattrini, gente affaccendata in relazioni sociali, gente che vuole andare in tv. Tutte risposte a questa istanza primaria: esistere, avere un impatto, essere visti, riconosciuti. Ago, ergo sum. Cartesio era un pensatore, e perciò la sua azione si è dipanata tramite la manipolazione del pensiero. È un caso notevole, perché non produce un feedback sensibile (es. un sorriso amico o un oggetto di artigianato). È simile in questo alla religione.
In tutti i casi, incluso quello religioso, non sembra si sia in grado di convincersi definitivamente, irreparabilmente, della propria esistenza e individualità. Nel caso del religioso, è l'esistenza di Dio che mi sostanzia, e le azioni che compio hanno impatto nella Storia della Salvezza. Un cardine della religione sta proprio nella possibilità di agire sugli dèi, circostanza particolarmente evidente nei culti più antichi. In chiave cattolica si potrebbe persino leggere il peccato originale sotto questa luce: Adamo ed Eva si sostanziano con un'azione trasgressiva. "Non morirete affatto, anzi diventerete come Dio" - il cui nome, "Io sono", rimanda esplicitamente al tema dell'esistenza.

In tutto questo, la consapevolezza non è una risposta. La più alta consapevolezza di sè non sembra capace di spegnere questo dubbio. L'elaborazione cosciente è il mezzo di cui tutti ci serviamo per ottenere, in modo adattabile ed efficiente, il palliativo a noi più adeguato - il lavoro, il denaro, la socialità, l'apostolato ecc. La consapevolezza di sè è importante per capire quale sia il palliativo a noi più adatto (e per fare un mucchio di altre scelte pratiche!).
Ma la pietra filosofale qui è la scoperta che esistiamo sul serio, senza bisogno di alcuna conferma. Tutto ciò che non fa questo assume valore di mera conferma, perché la domanda "Chi sono io?" (consapevolezza di sè) viene dopo la domanda ancor piú fondamentale: "Sono io?".

Per questo affermo che il mito della consapevolezza di sè è un'altra foglia di fico posta dinanzi alla nudità umana, e per questo ritengo che non sia da innalzarsi a fine, nè sia una cosa in sè buona, più di quanto lo siano la capacità di coordinare i propri moviementi o di distinguere sottili differenze sonore.

lunedì 22 marzo 2010

Questa è pubblicità

Questo post è assolutamente atipico per questo blog.
Nasce da coincidenze e dal desiderio di un amico che mi ha chiesto di "scrivere qualcosa", e probabilmente non vi sembrerà riguardare affatto la psicologia. Errore. Ne riparleremo.
Ha la sua radice nelle discussioni sul desiderio mio e di due miei amici.
Vi propone uno sguardo su un esempio di ciò che per eccellenza si propone di far nascere in noi desideri: una pubblicità. Incredibilmente, è una pubblicità che per una volta ritengo proprio bella:



...e se ora come spero desiderate almeno leggere il libro "Le notti bianche" di F. Dostoevskij cliccate pure qui. A presto

martedì 2 marzo 2010

Reinforcement learning, parte terza: la novità

Al già citato convegno in Turchia era presente anche Emrah Duzel, scienziato emergente di origine turca, cresciuto in Germania; al momento lavora a Londra. Il suo lavoro è molto interessante: avendo considerato che nell'ippocampo, regione ritenuta il motore primo della memoria episodica, giungono impulsi dopaminergici, si é messo a studiare gli effetti della ricompensa sulla memoria episodica. Cerca, insomma, di mischiare campi che i luminari hanno cercato disperatamente di separare!

Una delle teorie a cui lavora ultimamente è che la novità sia, per gli esseri umani, una ricompensa in sè stessa. Pertanto, essere esposti alla novità prima dell'apprendimento dovrebbe rinforzare l'apprendimento. Ebbene, egli è riuscito a dimostrarlo. Esponendo i suoi soggetti a immagini di luoghi esotici, e successivamente testandone la memoria utilizzando tutt'altri stimoli, ha verificato che i soggetti esposti alla novità ottenevano performance più alte. Il tutto in contemporanea con una attivazione significativa nelle aree responsabili della ricompensa.

Il lavoro di Duzel è bello perchè non é costruito per tentativi, ma deriva da uno studio profondo della neuroanatomia e della neurobiologia, a partire dal quale egli ha formulato le sue ipotesi ed ha avuto successo. Egli raccomanda quindi ai suoi studenti di osservare immagini bizzare per 5 minuti prima di studiare, così da attivare l'ippocampo. Vi hanno detto: "Prima il dovere, poi il piacere?" Ebbene, un altro dogma da sfatare!
I buoni insegnanti hanno sempre saputo che é necessario per prima cosa incuriosire gli studenti!