" Per Allah, sorella mia, raccontaci una storia che ci faccia passare lietamente la nottata! "
E Shahrazàd rispose: " Lo farò ben volentieri se me lo concederà questo re cortese. "
Quando il re senti queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare...
Le mille e una notte
Pensate a un romanzo letto di recente. O a un libro, una storia, un film. Trovate in esso uno specchio piú o meno fedele della vita? O un resoconto piú o meno deformato? L'anima del dramma in generale sta nel conflitto, sia che questo chiami in causa Caino e Abele, re e poveracci, il dovere contro la passione di Tristano. Perché? Da cosa nasce anzitutto il racconto, come comportamento umano? Solano (1) sostiene, forte di una rassegna di studi, gli effetti positivi del racconto per iscritto sul benessere psicologico di pazienti sofferenti di varie patologie. Gli effetti di pochi minuti al giorno di scrittura che implicasse contenuti emotivi profondi risultavano impressionanti. Questi scritti prendevano gradualmente la forma di una storia, passando da un cronaca le prime volte che i soggetti si cimentavano, per poi divenire sempre piú intimi e piú espliciti. Viene subito da pensare agli approcci teurapeutici che sfruttano questo principio: la psicoanalisi, l'istituzione della confessione nella religione cattolica, fino al semplice sfogo con i propri cari. In una recente conferenza Eric Kandel , da sempre interessato alla psicoanalisi, puntualizzava che essa non puó affermare di far ricorso a metodi scientifici perché manca qualunque procedura di controllo. La critica era questa: come si puó essere sicuri che l'apparato teorico dei metodi psicoanalitici abbia effetti diversi da quelli di una serie di semplici chiacchierate?
Penso sarebbe riduttivo pensare al comportamento di "storicizzazione" umano come a uno strumento di riferimento di fatti. Ne sia prova che il contenuto comunicato é una mistificazione dei fatti che esalta il conflitto. La nostra vita é fatta per lo piú di cose comuni che non trovano posto nei racconti! La prima volta che ho letto Dostoevskij sono stato stupito, prima che dal suo profondo intuito psicologico, dall'esuberante romanticismo dei suoi personaggi. Ancor piú eclatante, a mio parere, é il fatto che sia cosí difficile trovare in letteratura il sentimento della serenitá. È un fatto: anche nei piú illuminati scritti di santi e asceti di ogni sorta si riesce a partecipare con minor immediatezza dei sentimenti positivi espressi.
Solano, nel medesimo libro, parla di una definizione positiva della salute, nella quale il sano non é il non-malato. Anche la serenitá viene solitamente definita in senso negativo, come "mancanza di dolore".
Dal livello di minime reti neurali in su, il valore adattativo della memoria si riferisce all'evitamento a priori del pericolo o del dolore. Non cosí per il soddisfacimento positivo: se il topolino non ha fame non mangia, di norma (fa eccezione l'autostimolazione dopaminergica in condizioni sperimentali, lungi dal riflettere circostanze naturali nello sviluppo). Ma a prescindere da quanti sforzi si facciano, la sventura giunge prima o poi! Una delle varie difese che possono aversi é la trasformazione del vissuto in storia. Le storie sono anche strumento per guadagnare insight sulla propria o altrui condizione (2). Sebbene internamente generata, la storia diviene oggetto sociale e soggetto di influenza sociale. Le mie conclusioni:
a) la genesi della storia affonda le sue radici nella memoria episodica (approfondiró in un post apposito) e ne mantiene le forme;
b) il massimo potere comunicativo di una storia non consiste nel massimo riflettere i fatti a cui si riferisce, quanto piuttosto nel massimo contenuto sociale (emozioni, valori condivisi, immagine);
c) corollario: una buona storia mette il destinatario in condizioni di confrontare la storia stessa con il proprio sistema di memoria episodica, consentendogli di "immedesimarsi". Pertanto le caratteristiche della buona storia sono le stesse che regolano la memorizzazione dichiarativa: selezione del materiale, conflitto, valenza emotiva, esagerazione;
d) l'estetica letteraria si basa sui criteri di soluzione di conflitti interiori. Cioé un racconto ci piace in quanto risulta funzionale a dipanare conflitti;
e) le sensazioni umane che non rientrano negli stilemi del racconto risultano penalizzate. Detto altrimenti, pensare l'evoluzione psichica in termini di successioni di conflitti (alla Freud) non é sufficiente;
f) il racconto scherzoso non fa eccezione: si veda l'analisi di Desmond Morris (3).
Queste osservazioni possono applicarsi allo sviluppo dell'inividuo come a quello della specie.
E Shahrazàd rispose: " Lo farò ben volentieri se me lo concederà questo re cortese. "
Quando il re senti queste parole, non gli dispiacque di ascoltare il racconto di Shahrazàd, anche perché quella notte si sentiva agitato e non aveva voglia di dormire. E Shahrazàd cominciò a raccontare...
Le mille e una notte
Pensate a un romanzo letto di recente. O a un libro, una storia, un film. Trovate in esso uno specchio piú o meno fedele della vita? O un resoconto piú o meno deformato? L'anima del dramma in generale sta nel conflitto, sia che questo chiami in causa Caino e Abele, re e poveracci, il dovere contro la passione di Tristano. Perché? Da cosa nasce anzitutto il racconto, come comportamento umano? Solano (1) sostiene, forte di una rassegna di studi, gli effetti positivi del racconto per iscritto sul benessere psicologico di pazienti sofferenti di varie patologie. Gli effetti di pochi minuti al giorno di scrittura che implicasse contenuti emotivi profondi risultavano impressionanti. Questi scritti prendevano gradualmente la forma di una storia, passando da un cronaca le prime volte che i soggetti si cimentavano, per poi divenire sempre piú intimi e piú espliciti. Viene subito da pensare agli approcci teurapeutici che sfruttano questo principio: la psicoanalisi, l'istituzione della confessione nella religione cattolica, fino al semplice sfogo con i propri cari. In una recente conferenza Eric Kandel , da sempre interessato alla psicoanalisi, puntualizzava che essa non puó affermare di far ricorso a metodi scientifici perché manca qualunque procedura di controllo. La critica era questa: come si puó essere sicuri che l'apparato teorico dei metodi psicoanalitici abbia effetti diversi da quelli di una serie di semplici chiacchierate?
Penso sarebbe riduttivo pensare al comportamento di "storicizzazione" umano come a uno strumento di riferimento di fatti. Ne sia prova che il contenuto comunicato é una mistificazione dei fatti che esalta il conflitto. La nostra vita é fatta per lo piú di cose comuni che non trovano posto nei racconti! La prima volta che ho letto Dostoevskij sono stato stupito, prima che dal suo profondo intuito psicologico, dall'esuberante romanticismo dei suoi personaggi. Ancor piú eclatante, a mio parere, é il fatto che sia cosí difficile trovare in letteratura il sentimento della serenitá. È un fatto: anche nei piú illuminati scritti di santi e asceti di ogni sorta si riesce a partecipare con minor immediatezza dei sentimenti positivi espressi.
Solano, nel medesimo libro, parla di una definizione positiva della salute, nella quale il sano non é il non-malato. Anche la serenitá viene solitamente definita in senso negativo, come "mancanza di dolore".
Dal livello di minime reti neurali in su, il valore adattativo della memoria si riferisce all'evitamento a priori del pericolo o del dolore. Non cosí per il soddisfacimento positivo: se il topolino non ha fame non mangia, di norma (fa eccezione l'autostimolazione dopaminergica in condizioni sperimentali, lungi dal riflettere circostanze naturali nello sviluppo). Ma a prescindere da quanti sforzi si facciano, la sventura giunge prima o poi! Una delle varie difese che possono aversi é la trasformazione del vissuto in storia. Le storie sono anche strumento per guadagnare insight sulla propria o altrui condizione (2). Sebbene internamente generata, la storia diviene oggetto sociale e soggetto di influenza sociale. Le mie conclusioni:
a) la genesi della storia affonda le sue radici nella memoria episodica (approfondiró in un post apposito) e ne mantiene le forme;
b) il massimo potere comunicativo di una storia non consiste nel massimo riflettere i fatti a cui si riferisce, quanto piuttosto nel massimo contenuto sociale (emozioni, valori condivisi, immagine);
c) corollario: una buona storia mette il destinatario in condizioni di confrontare la storia stessa con il proprio sistema di memoria episodica, consentendogli di "immedesimarsi". Pertanto le caratteristiche della buona storia sono le stesse che regolano la memorizzazione dichiarativa: selezione del materiale, conflitto, valenza emotiva, esagerazione;
d) l'estetica letteraria si basa sui criteri di soluzione di conflitti interiori. Cioé un racconto ci piace in quanto risulta funzionale a dipanare conflitti;
e) le sensazioni umane che non rientrano negli stilemi del racconto risultano penalizzate. Detto altrimenti, pensare l'evoluzione psichica in termini di successioni di conflitti (alla Freud) non é sufficiente;
f) il racconto scherzoso non fa eccezione: si veda l'analisi di Desmond Morris (3).
Queste osservazioni possono applicarsi allo sviluppo dell'inividuo come a quello della specie.