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mercoledì 30 gennaio 2013

Essere situati emotivamente, Medesimezza & Ipseità, Storia & Racconto


Essere situati emotivamente

Essere situati emotivamente. Si fa presto a dirlo. Ma quale essere? L'essere delle cose, indagato dalle scienze naturali? O l'essere vivente, in particolare umano? Si va infatti dal regno della passività più completa, ad un inizio di azione autonoma (o forse scherzandoci su tonoma, dato che la sua autonomia sarebbe da discutere), fino all'essere dotato del linguaggio, di un simbolo, unione, che si incarna nell'essere in un modo del tutto peculiare, aprendo nuovi scenari. Proviamo a considerare le cose delle scienze naturali. In esse non c'è e-mozione, muoversi-da lo scenario attuale, dal presente intenzionato e implicante ritenzioni e protenzioni proprie verso l'oltre sé stessi. E' guardando ai viventi che possiamo assistere invece a questi fenomeni, che possiamo cogliere l'essere come accadere. E' in essi che troviamo l'evidenza (non a caso considerata da molti soprannaturale per quanto è stupefacente) di un accadere continuo e che continuamente si muove di volta in volta oltre sé stesso.
Ma su che cosa si fonda questo fenomeno? Molti nel corso dei secoli si sono rivolti al linguaggio ed all'ordine razionale che esso schiude per dare una risposta a questa domanda. Molto in effetti ci sarebbe da dire e da scoprire rispetto al linguaggio, o sull'evoluzione storica del concetto prima greco-latino e poi cristiano di logos, concetto ancora più ampio rispetto a quello di linguaggio e che però per molti versi lo comprende. Fatto sta che con l'avvento della scrittura prima e della metafisica poi (e da lì ad arrivare al neopositivismo moderno) è nel linguaggio e nella rassicurante razionalità che esso schiude che l'uomo ha visto la fonte principale del significato dell'essere, ed in particolare del proprio essere. Un essere pensato come di cosa, dato ed idealmente già compiuto fin dal suo sorgere in poi in virtù delle leggi naturali che da quel momento in avanti lo determinano. In quest'ottica le emozioni non sono allora nient'altro che un'altra di queste leggi, di queste regole naturali. Esse indicherebbero una necessità. Ma ciò che risalta agli acchi dell'osservatore di un essere vivente sono al contrario le sue potenzialità. E se alcune di esse si giocano nella razionalità del linguaggio, altre si giocano invece preriflessivamente, nell'uomo in quanto essere vivente emotivamente situato. Che cosa significa allora essere situati emotivamente? Significa che ciò che alcuni vedono come un essere determinato da regole solipsistiche, oppure interamente dall'appartenenza ad un dato mondo sociale, è in realtà un essere-nel-mondo che di volta in volta accade in un corpo proprio. Un essere che non si trova situato nel mondo allo stesso modo di una cosa, ma che invece momento per momento incontra in esso delle possibilità che si schiudono in virtù della significatività che esso assume accadendo in coincidenza con il proprio essere emotivo.

Medesimezza e Ipseità

Da quanto abbiamo detto possiamo cominciare a comprendere  in quale senso si possa dire che di volta in volta il proprio essere si riflette nel mondo in cui siamo, e viceversa. Si tratta di una riflessione quasi ottica, di diffrazione, in cui le tonalità emotive permettono di volta in volta una nuova accordatura col mondo. Come è stato detto, "discendiamo e non discendiamo mai due volte nello stesso fiume". Questo accadere di volta in voltà è l'ipseità. Adesso, facciamo un passo avanti. Sebbene l'ipseità accada di volta in volta di nuovo, essa incontra di volta in votla anche cose ben più stabili. Ad esempio la società o la famiglia in molti casi determinano l'accadere di esperienze ricorrenti, o quanto meno che ricorrono con una certa regolarità. Si pensi all'allattamento, o al cambio del pannolino. Si tratta di eventi in cui un neonato essere vivente si trova ed ha la possibilità di ritrovarsi a partire dalla nascita e poi da lì in poi per un considerevole lasso di tempo. Ma potremmo considerare anche il ricorrere di determinate voci o sostanze nutritive durante la vita intrauterina. In ognuno di questi eventi è in gioco l'Ipseità, l'accadere di volta in volta. In alcuni di essi però, magari perché ricorrenti, ci si può più o meno ri-trovare, ci si può ri-scoprire di nuovo estremamente simili a sé stessi. Ed è così che progressivamente tutto quanto il mondo man mano si schiude alle capacità di significazione del bambino e si costituisce in quanto comprensibile. Un bambino all'inizio del proprio accadere non può raccogliere le tracce di questo proprio ri-trovarsi nel linguaggio, ok. Ma che cosa ha invece a disposizione? Quali altre potenzialità si schiudono nel suo essere? Le tonalità emotive. Nell'accadere delle tonalità emotive si schiude la significatività del mondo. Ecco allora che di fronte a degli eventi che ricorrono l'uomo ha già prima del linguaggio delle possibilità in cui ritrovarsi di volta in volta in quanto sé stesso. Egli ha delle possibilità per cui gli si può dischiudere un mondo in un accadere sensato, più o meno accordato rispetto a sé. Il portato del ricorrere di questo ritrovarsi di volta in volta nello stesso modo di fronte allo stesso evento è la Medesimezza. Essa costituisce un primo punto di riferimento, una prima possibilità di accordatura tipica tra sé e il mondo. In questo senso essa è l'opposto dell'Ipseità, che invece è l'accadere di volta in volta nuovo. Nella pratica però esse spesso coincidono, ed anzi è impossibile il costituirsi della Medesimezza senza prima la partecipazione ricorrente in essa dell'Ipseità.

Storia e Racconto

Adesso, una volta messi in luce questi due fenomeni, dobbiamo considerare che l'uomo, come anticipato, non ha soltanto il proprio situarsi emotivo a costituirlo in quanto intenzionato rispetto al mondo. E meno male: quante volte rispetto alle possibilità che ci dischiudono le nostre emozioni siamo in netta difficoltà, e non possiamo andare avanti se non appellandoci alle nostre ed altrui storie? Le emozioni infatti non sempre dischiudono nel presente delle possibilità di azione coerentemente percorribili rispetto ai nostri progetti per il futuro. Ecco allora che di fronte all'ansia che ci assale il giorno prima di un esame possiamo appellarci al racconto interiore dei buoni esiti passati, e insistere e ripetere ugualmente quanto avevamo precedentemente deciso, a dispetto magari della nostra voglia improvvisa di un viaggio di sola andata in Australia. Facciamo allora un piccolo passo indietro. Già il neonato al suo ingresso nel mondo non si trova infatti immerso nella sola significatività emotiva. Il suo accadere corporeo emotivamente situato partecipa infatti ben presto di avvenimenti acustici ripetuti, che lo incontrano assieme agli eventi tattili, visivi, olfattivi, etc. E, progressivamente, egli impara a riconoscersi e a riconoscere il mondo anche rispetto a questi eventi. Essi sono tra gli altri le parole, le frasi, i racconti, le storie dei genitori e degli altri. Da principio legati agli eventi, all'accadere presente nel mondo, anche in essi passando per la propria corporeità il bambino impara a riconoscere sé stesso e il mondo. Anche in essi insomma si ri-trova. E' così che ben presto anche nelle parole comincia a rispecchiarsi la significatività dell'accadere del proprio essere nel mondo. Ecco allora che non stupisce la progressione comune riscontrabile nel costituirsi del proprio cogliersi come agente  nel campo delle azioni e in quello del linguaggio, ovvero la relazione tra la comparsa dell'Io nel linguaggio e il sorgere della capacità di riconoscersi allo specchio. Ed ecco allora che alle tonalità emotive che permettono la nostra accordatura col mondo si accompagna dapprima la possibilità di riconfigurare la propria esperienza presente nel mondo, ed in seguito la possibilità di ritrovarsi all'interno di una storia, di una trama di eventi che si dipana nel tempo e nel mondo simbolico, al di là delle ritenzioni e protenzioni attualizzate nel nostro accadere emotivo. Attenzione però a non collocare le parole a parte, nel dorato mondo delle idee. E' pur sempre nel nostro essere situati emotivamente che si sviluppa e che di volta in volta accade il fenomeno del linguaggio. Ed ecco allora che i diversi modi di raccontarsi, di cogliersi, di appropriarsi di sé all'interno del mondo, si scoprono in qualche modo sempre in relazione al nostro accadere emotivo. Fa differenza ad esempio una accordatura personale più centrata sulle emozioni di base (basic emotions), o sulle emozioni non di base (non-basic emotions). La differenza nelle possibilità di significazione che esse schiudono fa sì che, ad esempio, nelle prime prevalga l'attenzione sul proprio mondo personale, nelle seconde sulla connessione continua con l'alterità. E non è allora probabilmente un caso che poi taluni si raccontino come protagonisti assoluti delle proprie storie, ed altri invece come spettatori nella storia del mondo. E allora la differenza tra storia e racconto si giocherà anche nel modo di comprendere le persone, nello scegliere uno sguardo in terza persona che cerchi di cogliere dall'esterno cosa non ha funzionato in una storia impersonale, data, o al contrario nello scegliere un incontro in prima persona che dia inizio all'accadere ed alla narrazione di un nuovo racconto.





P.S.: questo scritto è nato come svolgimento della prova scritta del primo anno della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia IPRA. Per chi volesse approfondirne le tematiche è consigliata la lettura della seguente Bibliografia:

- G. Arciero, Sulle tracce di sé, Bollati Boringhieri, Torino, 2006
- G. Arciero, G. Bondolfi, Sé, identità e stili di personalità, Bollati Boringhieri, Torino, 2012
- M. Heidegger, Essere e Tempo, Mondadori, Milano, 2011

giovedì 9 giugno 2011

Lettera ad un neopadre

Mi hai chiesto, se ho capito bene, quale sia un intervento educativo molto importante, duraturo, e applicabile già da subito

Una premessa:
In questo periodo mi sto interessando al concetto di intelligenza emotiva. Per "intelligenza emotiva" si intende (detto in generale) la somma delle capacità di comprendere le emozioni proprie (autoconsapevolezza emotiva), quelle altrui (empatia), e di saperle gestire in maniera efficace. A cosa serve questa intelligenza?
Si è studiato (tra le altre cose tramite diversi studi longitudinali, per lo più in America) quale fosse ad esempio il successo scolastico di bambini in grado di contenere gli impulsi e resistere alle frustrazioni, o in grado di avere buoni rapporti con i compagni e con gli adulti, e altre qualità simili. Si è osservato che la padronanza dell'intelligenza emotiva misurata in bambini di soli quattro anni è già correlata in maniera positiva ad esempio al futuro successo scolastico e lavorativo. E non solo: essa è correlata al successo lavorativo più di quanto non lo sia il quoziente intellettivo classico misurato con i suoi tipici test in bimbi della stessa età (il quoziente intellettivo è insomma un peggiore indice predittivo del successo lavorativo e sociale).
Questo risultato deve far pensare. Perchè? Perchè la scuola si occupa principalmente dello sviluppo di capacità logico-razionali applicate alla conoscenza del mondo esterno. A scuola non ci sono vere e proprie lezioni sulle emozioni, sul nostro mondo interno, e non è affatto scontato che un insegnante possa gestire i conflitti emotivi e relazionali inevitabili nella vita scolastica facendone occasione di crescita per tutti gli alunni. Anzi. Ben poco è organizzato appositamente per la crescita emotiva degli alunni. Lo spazio dedicato alla riflessione su sé stessi è anche a scuola (così come in molti altri luoghi) estremamente ridotto. Questo è un limite di cui bisogna tener conto.
Questo limite fa sì che l'educazione emotiva impartita in famiglia sia fondamentale.

Come si educa l'intelligenza emotiva?
Nota bene: intanto soprattutto con l'esempio

Già tra due tre anni qualche chiacchierata per molti versi interessanti con il tuo bimbo la potrai fare. Nel frattempo però (e pure dopo in realtà) anche se lui non capirà il contenuto delle tue comunicazioni verbali vedrai che sarà attentissimo ad altre cose: al tuo tono di voce; alle tue inflessioni emotive; al modo in cui materialmente lo tratterai quando con lui giocherai o gli darai da mangiare; etc.
Insomma, lui sarà e sicuramente già è molto sensibile a tutti i complessi segnali non verbali delle vostre interazioni.

Cosa può fare chiunque per operare al meglio anche con questi segnali? Per trasmettere con essi tutte le emozioni positive e l'interesse che immagino tutti vogliano trasmettere ai propri cari?
Direi in breve: mettersi in discussione.

Mi dicevi sabato: "Poniamo che uno si arrabbi spesso. Come fa uno ad arrabbiarsi di meno?"
Questa domanda mi piace un sacco, la prendo come esempio.
Ai fini del nostro discorso non è tanto importante il tipo di emozione negativa che uno agisce. Potrebbe trattarsi di rabbia, tristezza, ansia. Sono invece importanti la frequenza e l'intensità con cui uno dovesse agire una certa emozione.

Cosa voglio dire?
Devi sapere che ognuno di noi si porta dietro un certo bagaglio di risposte per così dire automatiche, estremamente frequenti. Data una certa situazione ognuno avrà una sua reazione preferenziale, sviluppata in anni e anni di esperienza. Del resto in un certo senso la rabbia ci carica di energia, l'ansia ci permette una grande attenzione ai possibili pericoli, etc. Insomma: anche cose apparentemente negative hanno una loro utilità che ci spinge ad agirle.
Quand'è che queste cose diventano davvero negative?
Quando le agiamo di continuo, senza pensarci, e magari con un'intensità ben diversa da quanto vorremmo.


Allora prima pensa: "qual è la mia reazione per così dire tipica ai problemi?"
"Mi arrabbio?"
"Mi preoccupo?"
"Mi rattristo?"
Dopo, lavora per riconoscere quando reagirai in questa tua tipica maniera automatica ad esempio al pianto incomprensibile del tuo bambino, o a chissà quali altre cose che inevitabilmente capiterannno nel tuo percorso con lui.
Quando riconoscerai una di queste tue rispose automatiche chiediti: "Cosa potrò fare la prossima volta che avrò un problema simile?" - oppure, nelle occasioni migliori: "Cos'altro posso fare già ora?" - "Passato il colmo dell'emozione potrò dedicarmi ad una soluzione più efficace di quella adottata adesso. Quale?"
Il passo successivo sarà ovviamente la pratica. E' qualcosa di simile al metodo scientifico:
"Osservazione", "Ipotesi", "Esperimento"

E ok. Per adesso questo è quanto
A presto





P.S.: ho preferito mantenere il formato di "lettera" per questo post per vari motivi. Uno di essi è importante: il "metodo" da me suggerito è efficace quando si intende intervenire su di sé in un certo senso a prescindere dall'altro che entra a far parte della nostra reazione. Questa è esattamente la condizione in cui si trova un genitore.
Il pianto di un bambino di pochi mesi è geneticamente programmato per essere un evento fastidioso per gli adulti. Del resto se consistesse in una melodiosa carezza acustica potremmo facilmente continuare ad ignorarlo, magari a sognare mentre il bimbo ha per esempio molta fame, o molto freddo. Di fronte ad un pianto noi potremo avere tutte le migliori ragioni del mondo per infastidirci (magari esserci appena addormentati dopo chissà quante notti insonni). Ma se reagiremo solo con rabbia, ansia, sconforto, o quant'altro, non so proprio cosa potremo ottenere di buono per noi e per il nostro bambino. Nè potremo pretendere da lui che la prossima volta ci chiami con calma e parole dolci.
Quindi: con questo metodo potremo almeno provare ad intervenire con una mentalità attiva là dove avremo zero controllo sull'evento per noi emotivamente scatenante, ed in questo modo avere un'occasione per determinare per noi una differenza in positivo

domenica 14 febbraio 2010

Comprensione di sé (o meglio "Ostacoli alla...")

"...
C'è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi : omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore. Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston cominciano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che perlomeno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all'infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto.
Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un'altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale*. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde.
...


*Un epigramma più astratto ma più vero che i veterani di sobrietà della Bandiera Bianca a volte preferiscono a questo è: «Non preoccuparti di entrare in contatto con i tuoi sentimenti, saranno loro a contattare te»."
(D.F. Wallace, "Infinite Jest")



Alessitimia
Letteralmente alessitimia sta per "mancanza di parole per le emozioni". I soggetti alessitimici presentano come centrali le seguenti caratteristiche:
"...
- difficoltà a discriminare un'emozione dall'altra, e gli stati somatici dalle emozioni; ...
- difficoltà a comunicare ad altri le proprie emozioni;
- presenza di processi immaginativi coartati, con scarsezza di vita fantasmatica ...;
- presenza di uno stile cognitivo legato allo stimolo, orientato all'esterno ...
..."
(L. Solano, "Tra mente e corpo")



Come sono in relazione tra loro queste due citazioni? Cosa c'entra un romanzo di fantasia con un costrutto psicologico nato nell'ambito dello studio delle patologie psicosomatiche? I collegamenti in realtà sono molteplici, e passano anche attraverso alcuni degli studi e delle teorie di Bion (in particolare quelli sul "pensiero senza pensatore"), nonchè attraverso la conoscenza delle basi di quanto ci è noto sulle emozioni. Ad ogni modo...

...come un po' tutti sappiamo, ogni giorno il nostro cervello si trova a dover conciliare le esigenze della realtà in cui viviamo (il mondo esterno), con quelle del nostro corpo e della nostra mente (il mondo interno). Un esempio: il nostro corpo reagisce a e sposta la nostra attenzione su quella bella ragazza formosa che sta passando proprio davanti a noi per strada; la nostra mente comincia a considerare il modo migliore di approcciarla (o ignorarla magari) tenendo conto delle nostre presenti o meno esperienze pregresse; la realtà esterna si materializza sotto forma di un grande orologio digitale sul palazzo di fronte che ci ricorda il ritardo di mezz'ora con cui ci stiamo dirigendo verso il luogo del nostro prossimo appuntamento.

Cosa succede a questo punto dentro di noi? come cambierebbe la nostra reazione se per esempio la ragazza avesse affianco a sé un affascinante ragazzo? o se noi ci fossimo appena lasciati con la nostra partner? o se la ragazza fosse una perfetta sconosciuta o magari invece una nostra "vecchia fiamma" da tempo persa di vista?

Non esistono risposte univoche a queste domande. A seconda della nostra personalità (vista in un'ottica biopsicosociale) dentro di noi ci potranno essere una molteplicità di reazioni diverse. Ciò che vorrei far rilevare è come nel caso preso per esempio un evento esterno si ripercuota in noi provocando non solo una serie di reazioni di tipo cognitivo (un susseguirsi di pensieri in forma di ragionamenti, o ricordi, o fantasie) ma anche una serie di cambiamenti di tipo fisiologico (ad es. un vago senso di eccitazione) ad un livello più profondo di quello semplicemente corticale. In un'emozione sono sempre implicati questi tre diversi livelli: quello degli eventi inerenti la realtà esterna, quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di cambiamenti fisiologici profondi, e infine quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di risposte ad un livello un po' più astratto, cioè di tipo cognitivo, mentale. Ora, è chiaro che qualunque evento interno di tipo cognitivo o "mentale" ha dei correlati fisiologici nel nostro cervello; quella che voglio qui evidenziare è però la presenza di una differenza tra una reazione più di tipo corticale o per quanto possibile limitata al sistema nervoso centrale, ed una di tipo più interno, non soltanto sottocorticale ma invece inerente tutto il corpo nel senso di modificazioni al sistema endocrino, all'apparato muscoloscheletrico, a quello vascolare, al piano delle risposte immunitarie, etc. (qui però mi serve davvero l'illuminazione delle neuroscienze per sapere quanto questa mia distinzione sia effettivamente fondata), una reazione tanto più presente quanto più la nostra emozione è forte e tra quelle "di base" (ad es. rabbia, paura, tristezza o gioia).

Crescendo, la maggior parte degli individui impara ad integrare i dati che giungono da questi tre diversi livelli in maniera praticamente automatica. Ancora, per eseguire l'integrazione di questi diversi dati si sviluppano tutta una serie di strategie che sono comuni rispetto ai diversi individui presi nel loro insieme ma presenti in una combinazione praticamente unica all'interno di ciascun singolo individuo. E qui attenzione, perché mentre la realtà esterna, l'apparato sensoriale che ci permette di reagire ad essa, e così pure le nostre reazioni emotive di livello profondo, più corporeo, hanno in noi una trama in gran parte già preformata, il nostro livello corticale di gestione degli input di questi due dati è alla nascita per molti versi una tabula rasa. Le invarianze tra i diversi individui che è possibile riscontrare nell'organizzazione a livello corticale ci indicano una nostra parte cognitiva filogeneticamente innata, ma praticamente dal momento della nascita se non prima tra tutte le innumerevoli possibilità di organizzazione cerebrale possibili viene effettuata una selezione continua, un ordinamento incessante che nel tempo porta ad un'organizzazione cerebrale unica per ciascun individuo, anche laddove si partiva da corredi genetici identici (è il caso dei gemelli omozigoti).

Questo processo di organizzazione è comune però a qualunque essere vivente, non solo all'uomo. Cos'è che rende l'organizzazione cerebrale dell'uomo allo stesso tempo così tremendamente complicata e così efficace, tale da permettergli di realizzare tutte le incredibili meraviglie che gli sono proprie? Io sostengo (ok, non senza illustri predecessori, spero ve ne verrà in mente qualcuno), che uno degli strumenti più importanti per l'uomo sia il linguaggio verbale. L'uomo ha sviluppato però una molteplicità di linguaggi, quali ad esempio linguaggi artistici di tipo figurativo o musicale, oppure linguaggi formalizzati quale quello matematico, o linguaggi multimodali quali quelli utilizzati nelle comunicazioni massmediatiche.
E' invece con il linguaggio verbale che cerchiamo nella maggior parte dei casi di ordinare nel modo migliore il gran caos informativo che risulta dalla molteplicità degli eventi quotidiani a cui siamo sottoposti.
Attenzione però: l'uso del linguaggio verbale non ci svela mai la totalità nè del mondo esterno nè del mondo interno. Il linguaggio è uno strumento, e in quanto tale oltre a pregi presenta anche difetti, limiti. Si possono cercare approfondimenti al riguardo negli studi di diversi filosofi, o nelle opere di diversi scrittori, o psicologi, o psicoanalisti (ne cito uno solo, Lacan). Un post di Laplaciano che ho molto apprezzato al riguardo è qui.

Ma cosa fa invece l'uomo quando un po' tutti i linguaggi a lui conosciuti falliscono, e rimane preda di sensazioni per lui almeno momentaneamente estranee e fonte spesso di disagio? Spesso, banalmente, consapevolmente o meno cerca sollievo dal caos o dalla forza di determinate sensazioni in "distrazioni" presso rifugi esterni meno o più validi di vario tipo: nell'uso di sostanze psicoattive, o nella fruizione continua delle più svariate forme di intrattenimento (film, giochi, videogiochi, l'ascolto passivo di una radio o di musica), o nell'assunzione di cibo, o nell'attività sessuale, o nei gesti più diversi ripetuti in maniera compulsiva, o in ordinamenti del caos già preformati quali fedi politiche o religiose o quant'altro, o all'interno di rapporti interpersonali di tipo familire, o amicale, o amoroso.

Tutti questi rifugi ci mettono costantemento al riparo dal o a volte per fortuna ci aiutano nel trovare una risposta alle domande implicite che il nostro caos informativo interno ci pone, o a volte invece direttamente ci prevengono dal far caso alla stessa esistenza di determinate domande.

Come si arriva invece alla comprensione di sé?
Sarebbe molto bello saperlo già, ma invece la strada per la scoperta di sé è estremamente personale e in parte anch'essa da scoprire. Diciamo che di sicuro richiede: un prendere atto di quelli che sono i nostri stati d'animo e le nostre senzazioni per come essi si manifestano nei nostri diversi atti creativi e non di tipo verbale, artistico, o relazionale, o quant'altro. Insomma, per come ce li suggeriamo noi stessi nei più diversi linguaggi. A volte però, prima ancora di poter cercare le risposte alle domande implicite nel nostro caos, dovremo cercare proprio le domande, che ci attendono pazientemente appena fuori i più impensabili rifugi. Indubbiamente, la nostra strada prima o poi dovrà attraversare il caos.

In bocca al lupo