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martedì 19 luglio 2011

Serve insegnare l'empatia? (Updated)

Tempo fa mi è stata posta questa domanda. Ne è nata, più o meno, la seguente lettera rivolta ad un'amica:

...
L'empatia, come forse avrai letto già mille volte, è "la capacità di mettersi nei panni degli altri". Cosa vuol dire questo esattamente? Lo sai già? Cosa mi risponderesti se ti chiedessi qual è la differenza tra empatizzare con una persona e invece semplicemente capire quali sono i suoi sentimenti?

...pensato?

Ebbene: quando si "capisce" qualcosa in genere si diventa in qualche modo capaci di dargli un senso, di metterlo in relazione logica con quanto succede e/o con ciò che conosciamo. Fai finta di sentire un

-"Ahia!!!", e subito guardare lo sfortunato esclamatore con aria interrogativa

-"...mi sono appena morso la lingua", egli ti risponderà

Immagina la risposta pronunciata con una voce da bimbo, ed una smorfia buffa. Potresti scoppiare a ridere magari. Immaginala invece ora pronunciata con un tono di voce addolorato, e con una seria e reale espressione di dolore sul viso. In quel caso probabilmente non solo non riderai, ma quasi sentirai anche tu il dolore.

Perché? Come spiegare queste due reazioni opposte ad uno stesso avvenimento? Perché nel primo caso rideresti, e nel secondo invece con tutta probabilità staresti un po' male anche tu?
Semplice: a dispetto dell'evento del morso "in sé" empatizzare con la reazione emotiva del bambino porterà a due reazioni proprie diverse. Dopo aver empatizzato potrai attuare magari una reazione pensata all'avvenimento, ad esempio se fossi una mamma soccorrere lo sfortunato, oppure intimargli una maggiore attenzione. Insomma, potrai pensare razionalmente a quanto succede, in qualche modo "capirlo", e mettere in atto una reazione mediata dalla nuova comprensione così raggiunta.

Cmq insomma: quando si empatizza dapprima non si capisce davvero ciò che sta succedendo. Si vive invece ciò che sta vivendo l'altro e basta, si prende in qualche modo su di sé la sua emozione, il suo vissuto. In genere però un'emozione empatizzata è più tollerabile di una che invece viene vissuta in prima persona, è più tenue, più facilmente gestibile.

E' utile che le persone imparino ad empatizzare? Direi proprio di sì. Per esempio in letteratura tipicamente si trova che i criminali più efferati e pericolosi "non sentono" il dolore delle loro vittime. Quando anzi si riesce a metterli in contatto con questo dolore si aprono delle strade per un cambiamento della loro condotta criminosa. In generale sentire sulla propria pelle il dolore di un altro è uno stimolo più forte a dargli una mano di quanto non sia capirlo e basta. Quando un evento doloroso ci colpisce in prima persona è ben più difficile ignorarlo o ancor peggio approfittarne per il proprio tornaconto personale.

E perciò, insomma...
...non sarebbe bello poter insegnare l'empatia un po' a tutti?







P.S.: in realtà il concetto di empatia in psicologia va oltre il semplice provare l'esperienza altrui e comprende ad esempio anche la capacità di farlo in maniera consapevole (a differenza per esempio di quanto succede nel "contagio emotivo") e non giudicante (a differenza di quanto succede ad esempio nella "compassione"). A chi volesse approfondire il concetto raccomando la voce "empathy" su Wikipedia in lingua inglese (quella italiana mi sembra attualmente insufficiente e poco chiara).
Ancora, non è affatto detto che tutti utilizzino l'empatia come metodo principale per arrivare alla comprensione degli altri, ed anzi ci sono studiosi che rigettano completamente il concetto di empatia per come esso viene attualmente concettualizzato ed utilizzato in psicologia.

lunedì 22 marzo 2010

Questa è pubblicità

Questo post è assolutamente atipico per questo blog.
Nasce da coincidenze e dal desiderio di un amico che mi ha chiesto di "scrivere qualcosa", e probabilmente non vi sembrerà riguardare affatto la psicologia. Errore. Ne riparleremo.
Ha la sua radice nelle discussioni sul desiderio mio e di due miei amici.
Vi propone uno sguardo su un esempio di ciò che per eccellenza si propone di far nascere in noi desideri: una pubblicità. Incredibilmente, è una pubblicità che per una volta ritengo proprio bella:



...e se ora come spero desiderate almeno leggere il libro "Le notti bianche" di F. Dostoevskij cliccate pure qui. A presto

domenica 14 febbraio 2010

Comprensione di sé (o meglio "Ostacoli alla...")

"...
C'è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi : omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore. Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston cominciano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che perlomeno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all'infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto.
Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un'altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale*. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde.
...


*Un epigramma più astratto ma più vero che i veterani di sobrietà della Bandiera Bianca a volte preferiscono a questo è: «Non preoccuparti di entrare in contatto con i tuoi sentimenti, saranno loro a contattare te»."
(D.F. Wallace, "Infinite Jest")



Alessitimia
Letteralmente alessitimia sta per "mancanza di parole per le emozioni". I soggetti alessitimici presentano come centrali le seguenti caratteristiche:
"...
- difficoltà a discriminare un'emozione dall'altra, e gli stati somatici dalle emozioni; ...
- difficoltà a comunicare ad altri le proprie emozioni;
- presenza di processi immaginativi coartati, con scarsezza di vita fantasmatica ...;
- presenza di uno stile cognitivo legato allo stimolo, orientato all'esterno ...
..."
(L. Solano, "Tra mente e corpo")



Come sono in relazione tra loro queste due citazioni? Cosa c'entra un romanzo di fantasia con un costrutto psicologico nato nell'ambito dello studio delle patologie psicosomatiche? I collegamenti in realtà sono molteplici, e passano anche attraverso alcuni degli studi e delle teorie di Bion (in particolare quelli sul "pensiero senza pensatore"), nonchè attraverso la conoscenza delle basi di quanto ci è noto sulle emozioni. Ad ogni modo...

...come un po' tutti sappiamo, ogni giorno il nostro cervello si trova a dover conciliare le esigenze della realtà in cui viviamo (il mondo esterno), con quelle del nostro corpo e della nostra mente (il mondo interno). Un esempio: il nostro corpo reagisce a e sposta la nostra attenzione su quella bella ragazza formosa che sta passando proprio davanti a noi per strada; la nostra mente comincia a considerare il modo migliore di approcciarla (o ignorarla magari) tenendo conto delle nostre presenti o meno esperienze pregresse; la realtà esterna si materializza sotto forma di un grande orologio digitale sul palazzo di fronte che ci ricorda il ritardo di mezz'ora con cui ci stiamo dirigendo verso il luogo del nostro prossimo appuntamento.

Cosa succede a questo punto dentro di noi? come cambierebbe la nostra reazione se per esempio la ragazza avesse affianco a sé un affascinante ragazzo? o se noi ci fossimo appena lasciati con la nostra partner? o se la ragazza fosse una perfetta sconosciuta o magari invece una nostra "vecchia fiamma" da tempo persa di vista?

Non esistono risposte univoche a queste domande. A seconda della nostra personalità (vista in un'ottica biopsicosociale) dentro di noi ci potranno essere una molteplicità di reazioni diverse. Ciò che vorrei far rilevare è come nel caso preso per esempio un evento esterno si ripercuota in noi provocando non solo una serie di reazioni di tipo cognitivo (un susseguirsi di pensieri in forma di ragionamenti, o ricordi, o fantasie) ma anche una serie di cambiamenti di tipo fisiologico (ad es. un vago senso di eccitazione) ad un livello più profondo di quello semplicemente corticale. In un'emozione sono sempre implicati questi tre diversi livelli: quello degli eventi inerenti la realtà esterna, quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di cambiamenti fisiologici profondi, e infine quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di risposte ad un livello un po' più astratto, cioè di tipo cognitivo, mentale. Ora, è chiaro che qualunque evento interno di tipo cognitivo o "mentale" ha dei correlati fisiologici nel nostro cervello; quella che voglio qui evidenziare è però la presenza di una differenza tra una reazione più di tipo corticale o per quanto possibile limitata al sistema nervoso centrale, ed una di tipo più interno, non soltanto sottocorticale ma invece inerente tutto il corpo nel senso di modificazioni al sistema endocrino, all'apparato muscoloscheletrico, a quello vascolare, al piano delle risposte immunitarie, etc. (qui però mi serve davvero l'illuminazione delle neuroscienze per sapere quanto questa mia distinzione sia effettivamente fondata), una reazione tanto più presente quanto più la nostra emozione è forte e tra quelle "di base" (ad es. rabbia, paura, tristezza o gioia).

Crescendo, la maggior parte degli individui impara ad integrare i dati che giungono da questi tre diversi livelli in maniera praticamente automatica. Ancora, per eseguire l'integrazione di questi diversi dati si sviluppano tutta una serie di strategie che sono comuni rispetto ai diversi individui presi nel loro insieme ma presenti in una combinazione praticamente unica all'interno di ciascun singolo individuo. E qui attenzione, perché mentre la realtà esterna, l'apparato sensoriale che ci permette di reagire ad essa, e così pure le nostre reazioni emotive di livello profondo, più corporeo, hanno in noi una trama in gran parte già preformata, il nostro livello corticale di gestione degli input di questi due dati è alla nascita per molti versi una tabula rasa. Le invarianze tra i diversi individui che è possibile riscontrare nell'organizzazione a livello corticale ci indicano una nostra parte cognitiva filogeneticamente innata, ma praticamente dal momento della nascita se non prima tra tutte le innumerevoli possibilità di organizzazione cerebrale possibili viene effettuata una selezione continua, un ordinamento incessante che nel tempo porta ad un'organizzazione cerebrale unica per ciascun individuo, anche laddove si partiva da corredi genetici identici (è il caso dei gemelli omozigoti).

Questo processo di organizzazione è comune però a qualunque essere vivente, non solo all'uomo. Cos'è che rende l'organizzazione cerebrale dell'uomo allo stesso tempo così tremendamente complicata e così efficace, tale da permettergli di realizzare tutte le incredibili meraviglie che gli sono proprie? Io sostengo (ok, non senza illustri predecessori, spero ve ne verrà in mente qualcuno), che uno degli strumenti più importanti per l'uomo sia il linguaggio verbale. L'uomo ha sviluppato però una molteplicità di linguaggi, quali ad esempio linguaggi artistici di tipo figurativo o musicale, oppure linguaggi formalizzati quale quello matematico, o linguaggi multimodali quali quelli utilizzati nelle comunicazioni massmediatiche.
E' invece con il linguaggio verbale che cerchiamo nella maggior parte dei casi di ordinare nel modo migliore il gran caos informativo che risulta dalla molteplicità degli eventi quotidiani a cui siamo sottoposti.
Attenzione però: l'uso del linguaggio verbale non ci svela mai la totalità nè del mondo esterno nè del mondo interno. Il linguaggio è uno strumento, e in quanto tale oltre a pregi presenta anche difetti, limiti. Si possono cercare approfondimenti al riguardo negli studi di diversi filosofi, o nelle opere di diversi scrittori, o psicologi, o psicoanalisti (ne cito uno solo, Lacan). Un post di Laplaciano che ho molto apprezzato al riguardo è qui.

Ma cosa fa invece l'uomo quando un po' tutti i linguaggi a lui conosciuti falliscono, e rimane preda di sensazioni per lui almeno momentaneamente estranee e fonte spesso di disagio? Spesso, banalmente, consapevolmente o meno cerca sollievo dal caos o dalla forza di determinate sensazioni in "distrazioni" presso rifugi esterni meno o più validi di vario tipo: nell'uso di sostanze psicoattive, o nella fruizione continua delle più svariate forme di intrattenimento (film, giochi, videogiochi, l'ascolto passivo di una radio o di musica), o nell'assunzione di cibo, o nell'attività sessuale, o nei gesti più diversi ripetuti in maniera compulsiva, o in ordinamenti del caos già preformati quali fedi politiche o religiose o quant'altro, o all'interno di rapporti interpersonali di tipo familire, o amicale, o amoroso.

Tutti questi rifugi ci mettono costantemento al riparo dal o a volte per fortuna ci aiutano nel trovare una risposta alle domande implicite che il nostro caos informativo interno ci pone, o a volte invece direttamente ci prevengono dal far caso alla stessa esistenza di determinate domande.

Come si arriva invece alla comprensione di sé?
Sarebbe molto bello saperlo già, ma invece la strada per la scoperta di sé è estremamente personale e in parte anch'essa da scoprire. Diciamo che di sicuro richiede: un prendere atto di quelli che sono i nostri stati d'animo e le nostre senzazioni per come essi si manifestano nei nostri diversi atti creativi e non di tipo verbale, artistico, o relazionale, o quant'altro. Insomma, per come ce li suggeriamo noi stessi nei più diversi linguaggi. A volte però, prima ancora di poter cercare le risposte alle domande implicite nel nostro caos, dovremo cercare proprio le domande, che ci attendono pazientemente appena fuori i più impensabili rifugi. Indubbiamente, la nostra strada prima o poi dovrà attraversare il caos.

In bocca al lupo

mercoledì 9 dicembre 2009

Diagnosi e terapia dei disturbi mentali

In medicina uno dei momenti cruciali del processo terapeutico è la diagnosi. Infatti solamente dopo che un certo disturbo è stato identificato è possibile curarlo facendo riferimento a tutto il corpus di conoscenze scientifiche che su di esso sono state accumulate nel tempo. Semplificando, una volta diagnosticata una frattura si sa ad esempio che per curarla è bene applicare all'arto fratturato un gesso che lo immobilizzi, così che l'osso al suo interno possa lentamente ricrescere e la funzionalità dell'arto possa essere recuperata. E' interessante notare come la diagnosi "frattura" permetta al medico di arrivare ad una terapia senza che questi debba lambiccarsi più di tanto il cervello sul perché della frattura stessa. Che si sia caduti, o scivolati, o che si sia finiti male nel tentativo di realizzare un Guinness dei primati, la soluzione sarà sempre la stessa. Non solo: una volta che il nostro braccio o la nostra gamba saranno guariti difficilmente ce li romperemo di nuovo... ...o almeno così si spera :)
I più informati potranno ora aver pensato: "E l'osteoporosi? Come la mettiamo?" Essi avranno pensato a questo punto ad un'altra etichetta diagnostica, che individua una qualche forma di predisposizione ad avere fratture. Dico "una qualche forma", perché anche di "osteoporosi" così come di "frattura" e pressoché di ogni altra diagnosi esistono molteplici varietà. Laddove un paziente dovesse riportare molteplici fratture in un breve periodo di tempo il medico che dovesse averlo in cura potrebbe doversi preoccupare non più solo della terapia delle singole fratture ma anche della presa in carico di una osteoporosi.

Perché mi dilungo (si fa per dire) su questi disturbi fisici, di competenza medica?
Volevo degli esempi che mostrassero chiaramente come la diagnosi è né più né meno che uno strumento, un passo del complesso processo terapeutico. Il terapeuta una volta fatta una diagnosi è in grado di ricollegare i sintomi lamentati dal paziente ad un più o meno preciso insieme di conoscenze scientifiche (o perlomeno supposte tali), e di scegliere così la o le forme di terapia che ritiene più adeguate per la cura del disturbo stesso.
Volevo inoltre far rilevare dei concetti importanti: una cosa è il disturbo ("il male in sé"), un'altra la diagnosi ("l'etichetta che il clinico attribuisce al disturbo"), un'altra ancora (o altre ancora) le cause che determinano il disturbo stesso ("eziologia"); rimane inoltre da considerare che una volta posta una certa diagnosi (non sempre certa, a volte solo probabile), e quindi una volta ipotizzate la presenza di un certo disturbo nonché, se possibile, delle eziologie per lo stesso, il clinico dovrà ancora scegliere tra molteplici forme di terapia prima che il paziente possa arrivare ad ottenere la sua tanto agognata guarigione.

A cosa servono queste precisazioni?
Per cominciare, dovrebbero metterci in guardia rispetto ad un errore fatto talvolta persino nel mondo della medicina, cioè usare etichette diagnostiche relative a dei disturbi per identificare un paziente. Pensando al passato abbiamo l'esempio del "lebbroso", o dell' "appestato"; oppure, fino a non poco tempo fa sapevamo di dover stare attenti a parlare di "portatore di handicap" e non di handicappato (ora diremmo forse "diversamente abile" ma questa è, per così dire, un'altra storia). Nell'ambito dei disturbi mentali il pericolo e la frequenza di questa confusione è ancora maggiore: "...lascialo stare a quello, lui è..." ...un depresso", "...un drogato", "...uno schizofrenico", etc etc. Un'etichetta diagnostica è assolutamente insufficiente già solo per identificare un disturbo, figuriamoci per descrivere una persona; anche senza considerare gli effetti dello stigma sociale che discendono da questa identificazione (già accennati nel precedente post di l'identificazione del paziente stesso in una diagnosi è talvolta un ostacolo alla sua guarigione (es: "sono fatta così, sono anoressica").

Oggi il paradigma di studio più accreditato delle cause all'origine di un disturbo mentale prevede che esse siano di tre diversi ordini: "bio"-"psico"-"sociali". In sostanza, perché ci sia un disturbo mentale dev'essere presente una combinazione di questi tre fattori. Grossomodo, la parte biologica fa riferimento alla base genetica di ognuno, che determina punti di forza ma anche di vulnerabilità, a seconda delle esperienze con cui poi l'individuo si dovrà confrontare (esagerando, immaginate un individuo con un comodo salvagente "in dotazione genetica", e quanto diversamente questo gli sarebbe d'aiuto a seconda del suo doversi confrontare con il mare o con un deserto); la parte psicologica consiste, sempre grossomodo, nel modo in cui ognuno di noi ha imparato a far fronte a determinate esperienze, modo magari adatto e quanto mai di successo nella stragrande maggioranza dei casi, ma, per esempio, insufficiente di fronte ad un terremoto (o anche davanti ad altre esperienze di vita meno estreme); la parte sociale è relativa infine alla maggiore o minore efficacia con cui le reti sociali in cui siamo inseriti possono aiutarci o ostacolarci nel far fronte a determinate esperienze.

Diagnosi di disturbi mentali identiche almeno limitatamente all'etichetta (ad es. "depressione maggiore") possono avere eziologie anche molto diverse tra di loro, avere un diverso tipo di substrato biopsicogenetico, e richiedere pertanto trattamenti anche molto diversi tra loro. Attualmente, un clinico (psicologo o psicoterapeuta) che voglia davvero fare una buona diagnosi dovrà stare bene attento ad individuare l'etichetta (o le etichette) diagnostica migliore tra quelle disponibili, approfondire anamnesi, storia familiare, notizie biografiche, struttura di personalità del paziente, escludere eventuali cause biologiche, e solo allora potrà con buona approssimazione scegliere tra le terapie possibili per quel disturbo proprio quella più efficace per quel singolo paziente.

In conclusione, è vero che una buona diagnosi ci semplifica grandemente le cose quando vogliamo avere informazioni relative all'andamento prevedibile medio di un disturbo mentale, ma ciononostante perché il disturbo mentale di un singolo paziente possa davvero essere curato la diagnosi di quello stesso disturbo non sarà che una piccola parte delle molte conoscenze che assieme al paziente dovremo acquisire non solo sulle specifiche caratteristiche del suo disturbo in particolare ma anche e soprattutto su di lui (il paziente stesso) più in generale nonché sul suo mondo "biopsicosociale".

domenica 30 agosto 2009

Comprendere

E' poi così tanto difficile comprendere gli altri? Non è qualcosa di spontaneo e naturale? A che pro, ad esempio, una figura professionale "fatta apposta per la comprensione degli altri" (quella dello psicologo)?

Un ottimo autore, Antonio Alberto Semi, fa notare in un suo libro la distinzione tra "facile-difficile" e "semplice-complesso". Non starò qui a ripeterla, ci si arriva con un po' di riflessione e/o di ricerca. Ad ogni modo, comprendere non è poi così difficile ma è complesso. Per comprendere la gente occorre rispettare degli accorgimenti ben precisi: per prima cosa, bisogna ascoltare la persona che si vuole comprendere; poi, bisogna riflettere sulle diverse ipotesi che inevitabilmente ci si fa riguardo quanto ascoltato/osservato; infine, bisogna confrontare le ipotesi che via via ci si forma su quanto capito con le intenzioni/idee del parlante.

Più nei dettagli, "ascoltare" vuol dire mettere momentaneamente da parte le proprie idee e i propri giudizi su quanto pensiamo stia per essere detto, per poter far posto soltanto a quanto verrà effettivamente detto. Fatto questo, bisogna raccogliere le idee e riflettere su quanto si è ascoltato, cominciando dal saperlo ricapitolare e ripetere nella maniera più fedele possibile rispetto all'originale.
Ricapitolando e ripetendo fedelmente con l'interlocutore quanto ascoltato si vedrà che questi spesso aggiungerà cose nuove, quelle che erano per così dire seppellite tra le pieghe di quanto era stato detto. Ancora, ricapitolando quanto detto spesso ci si renderà conto di avere dei punti oscuri su quanto appena ascoltato, dei significati non colti, o quanto meno non del tutto colti. Chiedere all'interlocutore dei chiarimenti su questi punti sarà qui essenziale.

A cosa serve attenersi a questi accorgimenti? Sostanzialmente a tre cose: primo, evitare fraintendimenti. Secondo, permettere al parlante di riordinare ulteriormente le sue idee, assieme a noi. Terzo, evitare di imbeccare noi stessi le risposte, di metterci troppo in mezzo con i nostri preconcetti.

Che effetto si può ottenere con questi accorgimenti?
Intanto, se proprio non si avranno effetti positivi quanto meno si eviterà all'interlocutore la frustrazione di parlare al muro.
Poi con un po' di pratica si potrà in questo modo avvicinarsi molto all'altra persona, al reale significato di quanto questa sta dicendo, in una parola si potrà comprenderla. E, come ben saprà chiunque almeno una volta si sia sentito compreso, questo non è poco.