domenica 14 febbraio 2010

Comprensione di sé (o meglio "Ostacoli alla...")

"...
C'è una cosa che gli Aa sembrano omettere di menzionare quando sei nuovo e completamente fuori di testa dalla disperazione e pronto a eliminare per sempre la tua mappa e ti tocca sentirti dire che le cose andranno sempre meglio se continuerai ad astenerti e darai tempo al tuo corpo di riprendersi : omettono di dirti che il modo per migliorare e stare meglio passa attraverso il dolore. Non intorno al dolore o nonostante il dolore. Questa parte la lasciano fuori, e parlano invece di Gratitudine e di Liberazione dalla Compulsione. Invece si sente molto dolore a stare sobri, e di questo ti accorgi dopo, con il tempo. Poi, quando sei pulito e non desideri le Sostanze più di tanto e hai voglia sia di piangere sia di ridurre in poltiglia qualcuno, gli Aa di Boston cominciano a dirti che sei sulla strada giusta e faresti bene a ricordarti la sofferenza senza scopo di quando eri assuefatto, perché almeno questa sofferenza sobria adesso ha uno scopo. Ti dicono che perlomeno questa sofferenza significa che stai andando da qualche parte, invece di girare all'infinito nella ruota del topolino come quando eri assuefatto.
Tralasciano di dirti che dopo la magica sparizione del bisogno di farsi e sei o otto mesi di fila senza Sostanze, comincerai a «Entrare in Contatto» con il perché avevi cominciato a fare uso delle sostanze. Quando arrivi a questo punto, comincerai a capire come mai eri diventato dipendente da quello che, in fondo, non era che un anestetico. Viene fuori che «Entrare in Contatto con i Tuoi Sentimenti» è un'altra frase fatta che finisce per mascherare qualcosa di orribilmente profondo e reale*. Si scopre che tanto più è insipida la frase fatta degli Aa, tanto più affilati sono i canini della verità vera che nasconde.
...


*Un epigramma più astratto ma più vero che i veterani di sobrietà della Bandiera Bianca a volte preferiscono a questo è: «Non preoccuparti di entrare in contatto con i tuoi sentimenti, saranno loro a contattare te»."
(D.F. Wallace, "Infinite Jest")



Alessitimia
Letteralmente alessitimia sta per "mancanza di parole per le emozioni". I soggetti alessitimici presentano come centrali le seguenti caratteristiche:
"...
- difficoltà a discriminare un'emozione dall'altra, e gli stati somatici dalle emozioni; ...
- difficoltà a comunicare ad altri le proprie emozioni;
- presenza di processi immaginativi coartati, con scarsezza di vita fantasmatica ...;
- presenza di uno stile cognitivo legato allo stimolo, orientato all'esterno ...
..."
(L. Solano, "Tra mente e corpo")



Come sono in relazione tra loro queste due citazioni? Cosa c'entra un romanzo di fantasia con un costrutto psicologico nato nell'ambito dello studio delle patologie psicosomatiche? I collegamenti in realtà sono molteplici, e passano anche attraverso alcuni degli studi e delle teorie di Bion (in particolare quelli sul "pensiero senza pensatore"), nonchè attraverso la conoscenza delle basi di quanto ci è noto sulle emozioni. Ad ogni modo...

...come un po' tutti sappiamo, ogni giorno il nostro cervello si trova a dover conciliare le esigenze della realtà in cui viviamo (il mondo esterno), con quelle del nostro corpo e della nostra mente (il mondo interno). Un esempio: il nostro corpo reagisce a e sposta la nostra attenzione su quella bella ragazza formosa che sta passando proprio davanti a noi per strada; la nostra mente comincia a considerare il modo migliore di approcciarla (o ignorarla magari) tenendo conto delle nostre presenti o meno esperienze pregresse; la realtà esterna si materializza sotto forma di un grande orologio digitale sul palazzo di fronte che ci ricorda il ritardo di mezz'ora con cui ci stiamo dirigendo verso il luogo del nostro prossimo appuntamento.

Cosa succede a questo punto dentro di noi? come cambierebbe la nostra reazione se per esempio la ragazza avesse affianco a sé un affascinante ragazzo? o se noi ci fossimo appena lasciati con la nostra partner? o se la ragazza fosse una perfetta sconosciuta o magari invece una nostra "vecchia fiamma" da tempo persa di vista?

Non esistono risposte univoche a queste domande. A seconda della nostra personalità (vista in un'ottica biopsicosociale) dentro di noi ci potranno essere una molteplicità di reazioni diverse. Ciò che vorrei far rilevare è come nel caso preso per esempio un evento esterno si ripercuota in noi provocando non solo una serie di reazioni di tipo cognitivo (un susseguirsi di pensieri in forma di ragionamenti, o ricordi, o fantasie) ma anche una serie di cambiamenti di tipo fisiologico (ad es. un vago senso di eccitazione) ad un livello più profondo di quello semplicemente corticale. In un'emozione sono sempre implicati questi tre diversi livelli: quello degli eventi inerenti la realtà esterna, quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di cambiamenti fisiologici profondi, e infine quello degli eventi inerenti la realtà interna in forma di risposte ad un livello un po' più astratto, cioè di tipo cognitivo, mentale. Ora, è chiaro che qualunque evento interno di tipo cognitivo o "mentale" ha dei correlati fisiologici nel nostro cervello; quella che voglio qui evidenziare è però la presenza di una differenza tra una reazione più di tipo corticale o per quanto possibile limitata al sistema nervoso centrale, ed una di tipo più interno, non soltanto sottocorticale ma invece inerente tutto il corpo nel senso di modificazioni al sistema endocrino, all'apparato muscoloscheletrico, a quello vascolare, al piano delle risposte immunitarie, etc. (qui però mi serve davvero l'illuminazione delle neuroscienze per sapere quanto questa mia distinzione sia effettivamente fondata), una reazione tanto più presente quanto più la nostra emozione è forte e tra quelle "di base" (ad es. rabbia, paura, tristezza o gioia).

Crescendo, la maggior parte degli individui impara ad integrare i dati che giungono da questi tre diversi livelli in maniera praticamente automatica. Ancora, per eseguire l'integrazione di questi diversi dati si sviluppano tutta una serie di strategie che sono comuni rispetto ai diversi individui presi nel loro insieme ma presenti in una combinazione praticamente unica all'interno di ciascun singolo individuo. E qui attenzione, perché mentre la realtà esterna, l'apparato sensoriale che ci permette di reagire ad essa, e così pure le nostre reazioni emotive di livello profondo, più corporeo, hanno in noi una trama in gran parte già preformata, il nostro livello corticale di gestione degli input di questi due dati è alla nascita per molti versi una tabula rasa. Le invarianze tra i diversi individui che è possibile riscontrare nell'organizzazione a livello corticale ci indicano una nostra parte cognitiva filogeneticamente innata, ma praticamente dal momento della nascita se non prima tra tutte le innumerevoli possibilità di organizzazione cerebrale possibili viene effettuata una selezione continua, un ordinamento incessante che nel tempo porta ad un'organizzazione cerebrale unica per ciascun individuo, anche laddove si partiva da corredi genetici identici (è il caso dei gemelli omozigoti).

Questo processo di organizzazione è comune però a qualunque essere vivente, non solo all'uomo. Cos'è che rende l'organizzazione cerebrale dell'uomo allo stesso tempo così tremendamente complicata e così efficace, tale da permettergli di realizzare tutte le incredibili meraviglie che gli sono proprie? Io sostengo (ok, non senza illustri predecessori, spero ve ne verrà in mente qualcuno), che uno degli strumenti più importanti per l'uomo sia il linguaggio verbale. L'uomo ha sviluppato però una molteplicità di linguaggi, quali ad esempio linguaggi artistici di tipo figurativo o musicale, oppure linguaggi formalizzati quale quello matematico, o linguaggi multimodali quali quelli utilizzati nelle comunicazioni massmediatiche.
E' invece con il linguaggio verbale che cerchiamo nella maggior parte dei casi di ordinare nel modo migliore il gran caos informativo che risulta dalla molteplicità degli eventi quotidiani a cui siamo sottoposti.
Attenzione però: l'uso del linguaggio verbale non ci svela mai la totalità nè del mondo esterno nè del mondo interno. Il linguaggio è uno strumento, e in quanto tale oltre a pregi presenta anche difetti, limiti. Si possono cercare approfondimenti al riguardo negli studi di diversi filosofi, o nelle opere di diversi scrittori, o psicologi, o psicoanalisti (ne cito uno solo, Lacan). Un post di Laplaciano che ho molto apprezzato al riguardo è qui.

Ma cosa fa invece l'uomo quando un po' tutti i linguaggi a lui conosciuti falliscono, e rimane preda di sensazioni per lui almeno momentaneamente estranee e fonte spesso di disagio? Spesso, banalmente, consapevolmente o meno cerca sollievo dal caos o dalla forza di determinate sensazioni in "distrazioni" presso rifugi esterni meno o più validi di vario tipo: nell'uso di sostanze psicoattive, o nella fruizione continua delle più svariate forme di intrattenimento (film, giochi, videogiochi, l'ascolto passivo di una radio o di musica), o nell'assunzione di cibo, o nell'attività sessuale, o nei gesti più diversi ripetuti in maniera compulsiva, o in ordinamenti del caos già preformati quali fedi politiche o religiose o quant'altro, o all'interno di rapporti interpersonali di tipo familire, o amicale, o amoroso.

Tutti questi rifugi ci mettono costantemento al riparo dal o a volte per fortuna ci aiutano nel trovare una risposta alle domande implicite che il nostro caos informativo interno ci pone, o a volte invece direttamente ci prevengono dal far caso alla stessa esistenza di determinate domande.

Come si arriva invece alla comprensione di sé?
Sarebbe molto bello saperlo già, ma invece la strada per la scoperta di sé è estremamente personale e in parte anch'essa da scoprire. Diciamo che di sicuro richiede: un prendere atto di quelli che sono i nostri stati d'animo e le nostre senzazioni per come essi si manifestano nei nostri diversi atti creativi e non di tipo verbale, artistico, o relazionale, o quant'altro. Insomma, per come ce li suggeriamo noi stessi nei più diversi linguaggi. A volte però, prima ancora di poter cercare le risposte alle domande implicite nel nostro caos, dovremo cercare proprio le domande, che ci attendono pazientemente appena fuori i più impensabili rifugi. Indubbiamente, la nostra strada prima o poi dovrà attraversare il caos.

In bocca al lupo

sabato 30 gennaio 2010

Correlati neurali II: il tasso di scarica

Oggi vorrei entrare nei dettagli della discussione cominciata qui e spiegare qual'è il correlato neurale più semplice da esaminare: il tasso di scarica di un neurone o di un gruppo di essi.

Come sapete, i neuroni comunicano tra loro tramite potenziali d'azione, sarebbe a dire brevissime scariche lettere. È come se comunicassero tramite un codice Morse fatto solo di punti ma non di linee.

(Per essere precisi, questo è vero sicuramente per i neuroni corticali umani, mentre creature più semplici hanno spesso neuroni comunicanti in altre maniere, ma questo è un altro discorso)

Immaginiamo adesso di fare un esperimento che ci consenta di registrare questi impulsi durante un esperimento, ad esempio mentre mostrate ad un soggetto diverse immagini. Cosa possiamo fare per analizzare i dati a nostra disposizione? Possiamo, ad esempio, per ogni immagine mostrata al soggetto, contare quanti potenziali d'azione sono stati registrati dal vostro elettrodo e dividerli per il tempo per il quale abbiamo mostrato l'immagine. Otteniamo così un "tasso di scarica", che ovviamente dipenderà dall'immagine mostrata al soggetto.

Vi sembrerà bizzarro, ma questa semplice analisi rivelerà che in alcune zone del cervello ci sono neuroni che scaricano preferibilmente quando vengono mostrate alcuni tipi di immagini. Ad esempio, se siete degli amanti del cinema trash, avrete sicuramente alcuni neuroni nel cervello che scaricano a tutta forza quando vengono mostrate immagini di Lino Banfi.

Non sto scherzando.

PS: non mettetevi in testa adesso che il cervello funziona in maniera banale. Il fatto che per quasi ogni oggetto o concetto ci siano neuroni che scaricano, non spiega assolutamente nulla: nè il meccanismo che genera questo fenomeno, nè la sua funzione. In altre parole: del significato di tali analisi parleremo un'altra volta...

venerdì 15 gennaio 2010

Reinforcement learning, parte seconda: la punizione

Abbiamo già visto in precedenza qualche aspetto della ricompensa, e come sia possibile modificare i comportamenti appresi, e parliamo in particolare di abitudini, cambiando ricompensa. Questo è un meccanismo molto potente, ancorchè inconscio. Ed è un meccanismo basilare per l'educazione. Ci si domanda spesso, in questo contesto, quale sia il valore della punizione. Se, infatti, la ricompensa è il feedback positivo che ci insegna a ripetere comportamenti che ci procurano soddisfazione, la punizione certifica, per il cervello, che è sconveniente ripetere l'azione.

Faccio subito una precisazione: bisogna distinguere, sebbene in natura siano mescolati, l'apprendimento per feedback negativo da quello di natura emotiva. L'apprendimento per feedback negativo non è che l'altra faccia del rinforzo positivo: facendo numerosi errori pian piano impariamo ad aggiustare il tiro. Abbiamo bisogno, per questo, di diverse occasioni di errore. L'apprendimento emotivo, invece, necessita di una singola occasione: mangio cibo avariato, sto male, eviterò in futuro di mangiarne ancora. Trasferito sul piano educativo, questo meccanismo può regolare il comportamento tramite la paura. Un padre assesta un ceffone a un bambino: questi a tutta prima è sorpreso e spaventato. Il meccanismo della paura è legato al concetto di deterrente, ossia non commetto un crimine per evitare un futuro sgradevole. Nell'apprendimento tramite punizione, invece, l'episodio è ripetuto e si fa esperienza delle conseguenze negative.
Questo distinguo è importante, perchè non si fraintenda quanto segue.

Allan Collins nella sua lezione parlava di una sperimentazione in atto sui recettori niconitici, che ha in sè la grande promessa di rendere più facile l'interruzione del fumo. Abbiamo detto che ci sono recettori responsabili del piacere conseguente al fumo, e ce ne sono altri responsabili di conseguenze negative sull'apparato digerente. Ebbene, pare siano allo studio farmaci specifici per bloccare i recettori positivi, così da renderli insensibili alla nicotina, intaccando poco o nulla quelli negativi! Dopo la somministrazione del farmaco il soggetto è invitato a... fumare! Non traendo più rinforzo positivo dal fumo, ma sperimentandone solo gli inconvenienti, il soggetto pian piano perde il vizio.
Benchè i risultati siano migliori di quelli ottenuti tramite applicazioni cutanee di nicotina (cerotti), lo zoccolo duro dei fumatori non smette, probabilmente perchè resta un'associazione psicologica molto forte tra i gesti compiuti nell'atto di fumare e la ricompensa, o per altre caratteristiche individuali. Per fortuna è così: la complessità umana non si lascia ridurre a una manciata di molecole!

Il maccanismo della punizione è utilizzabile anche per imparare, come avviene quando uno gioca a freccette e mancando ripetutamente il bersaglio affina la mira. Ma quello per cui è probabilmente insostibuile è disimparare.

Chi desidera approfondire l'argomento può consultare, tra gli altri, gli articoli di Michael J. Frank.

mercoledì 6 gennaio 2010

Cattivi bambini

Non posso lasciarmi scappare l'occasione di pubblicare questo post proprio nel giorno della Befana, l'ultima chance concessa ai bambini a cui non è andata troppo bene a Natale, per fare vedere quanto siano diventati buoni nella settimana tra l'uno e l'altra.
L'ispirazione mi viene dal Nastro bianco, e dalle suggestioni letterarie del Signore delle mosche, mio libro prediletto per anni che mi è venuto in mente subito dopo la visione del film.
Il punto è a mio avviso questo: perchè gli adulti del film continuano a vedere - o a far indossare - ai bambini nastri bianchi (simbolo di purezza e innocenza), reali o metaforici che siano? E perchè nel contempo quegli stessi adulti sono violenti, bugiardi, egoisti, incestuosi? E perchè i bambini stanno - sembrano stare - al gioco?
Se non fosse stato necessario porsi la prima domanda, si sarebbe di sicuro risolta parte della trama. Se Michael Haneke non avesse sapientemente focalizzato il meccanismo deresponsabilizzante degli adulti che delegano la realizzzione di quanto è buono e puro agli adulti di domani (pur sempre radicati nell'oggi!), non ci porremmo la seconda. Se sforzarsi di corrispondere alle aspettative non fosse comportamento comune ai giovani esseri umani ancora dipendenti dagli adulti da cui, buoni o cattivi che siano, introiettano l'immagine di sè non ci porremmo la terza.
Il fatto è, e qui vengo all'intuizione letteraria di Golding, che all'immagine socialmente diffusa dell'infazia come status privilegiato pervaso dalla condizione di assoluta bontà e innocenza non corrisponde nessuna condizione ontologicamente determinata di effettiva, assoluta bontà. Non c'è quindi niente da "salvare", nè niente che possa esser "corrotto" dalla crescita o dall'ingresso nel mondo adulto.
Dirò di più. Se da un lato il pessimismo goldinghiano in merito al "particolare" status dell'infanzia e dell'adolescenza può sembrare esagerato, non si può negare, allargandoci da una singola fascia di età all'essere umano in generale, la compresenza di quello che viene comunemente definito bene e di quello che viene comunemente chiamato male (si veda in proposito questo contributo). Semplicemente, l'entità e manifestazione dell'uno e/o dell'altro variano in funzione di una serie di fattori, tra cui, pensando in funzione dell' l'età, troviamo anche l'esperienza.
Esistono quindi in noi diverse possibilità comportamentali, alcune semplicemente definite buone, altre definite cattive. Questo dovrebbe essere insegnato anche ai bambini che, non meno intelligenti degli adulti, ma semplicemente meno esperti della vita e dipendenti pertanto dagli adulti stessi, non possono fare a meno del filtro di chi costantemente li educa e dà loro l'esempio non solo per interpretare il reale, ma anche sè stessi (ricordate infatti l'importanza dei metamessaggi veicolati, attraverso il non verbale, con i messaggi impliciti).
Come avviene allora il passaggio, stavolta non agli occhi della società, ma nella mente dei piccoli adulti, dal fare delle cose cattive ad essere (o meglio: sentirsi) cattivi dentro (alias: uno dei dilemmi a mio avviso lasciati in sospeso dal film)?
Ecco, se stesse a me progettarne il sequel, coglierei la ghiotta opportunità per rigirare l'intero film, scena dopo scena, non in funzione della trama complessiva che emerge (anzi, sembra emergere, direi), ma ricostruendo su modello dell'analisi transazionale, personaggio dopo personaggio, i diversi copioni di vita... tra genitori normativi nelle varianti del "persecutore"(cioè una figura di riferimento che detta norme, divieti e giudizi ma non in funzione protettiva) e bambini adattati sottomessi o ribelli potrebbe anche non nascere una perla cinematografica, ma sicuramente ne trarremmo un cospicuo materiale didattico... Spesso capire cosa c'è dietro la realtà può esse più importante di discernere la realtà stessa. In questo senso per me non c'è nessun finale aperto: si vede quanto basta per intuire tutti i perchè che potrebbero rimanere in sospeso.

E ora, brutti bambini cattivi, finite il vostro carbone!

mercoledì 30 dicembre 2009

Scarabocchi e concentrazione

Nella mia pluriennale carriera studentesca ho trovato, ad ogni livello scolastico, notevoli difficoltà nel fare capire ai prof. che non sono affatto distratta. Anche nelle conversazioni impegnative con persone che giudicavo importanti: non mi sto facendo all'improvviso i fatti miei!
Mi riferisco alla mia ineludibile esigenza di cominciare a disegnare. C'è il periodo in cui deformo scritte, quello in cui faccio scarpe (specie col tacco alto e sottile), poi animali fantasy, mostri, ma la figura che va per la maggiore è in assoluto la figura femminile intera (che inizio spesso a disegnare partendo dai piedi), o michelangiolescamente incompleta, come se aspettassi che finissè da sè di emergere dal resto del disegno, o ancora profili, occhi, visi, mani. A voglia insistere: "Mi serve, mi aiuta a concentrarmi". Le uniche persone che l'han capito ci sono arrivate da sè, con l'osservazione, e con qualche prova del tipo:"Ripeti quello che ho detto" (a cui rispondevo citando interi discorsi con estrema precisione), mentre mi coglievano in flagrante a invadere i bordi dei quaderni per gli appunti, interi fogli di taccuini e persino il retro dell'involucro di merendine o cioccolate (e regalandoli poi al primo che esclama "Oh, ma che bellooo!").
Ora, mi dilettavo a guardare un post arretrato di un blog che sono solita frequentare specie se sono in cerca di ispirazione per le mie - umili - creazioni, quando, oplà, l'autrice nel citare quelli che lei chiama dislogrammi risolve una pluriennale questione anche per me.
Finalmente uno studio da ragione a quanti, come me, vogliono concentrarsi a modo loro su ciò che richiede attenzione, in barba a chi non capisce questo loro stato di apparente trance, o distrazione.
Perchè però lo faccio così spesso? Evidentemente sono sempre concentrata (su quello che voglio io, obviously)!
;-)
ps: non so se i miei "colleghi" pubblicheranno altri post il 31. In ogni caso, colgo l'occasione per fare i migliori auguri per un proficuo 2010 a loro, a quanti ci hanno letto finora, e a quanti ci scopriranno poi!

mercoledì 9 dicembre 2009

Diagnosi e terapia dei disturbi mentali

In medicina uno dei momenti cruciali del processo terapeutico è la diagnosi. Infatti solamente dopo che un certo disturbo è stato identificato è possibile curarlo facendo riferimento a tutto il corpus di conoscenze scientifiche che su di esso sono state accumulate nel tempo. Semplificando, una volta diagnosticata una frattura si sa ad esempio che per curarla è bene applicare all'arto fratturato un gesso che lo immobilizzi, così che l'osso al suo interno possa lentamente ricrescere e la funzionalità dell'arto possa essere recuperata. E' interessante notare come la diagnosi "frattura" permetta al medico di arrivare ad una terapia senza che questi debba lambiccarsi più di tanto il cervello sul perché della frattura stessa. Che si sia caduti, o scivolati, o che si sia finiti male nel tentativo di realizzare un Guinness dei primati, la soluzione sarà sempre la stessa. Non solo: una volta che il nostro braccio o la nostra gamba saranno guariti difficilmente ce li romperemo di nuovo... ...o almeno così si spera :)
I più informati potranno ora aver pensato: "E l'osteoporosi? Come la mettiamo?" Essi avranno pensato a questo punto ad un'altra etichetta diagnostica, che individua una qualche forma di predisposizione ad avere fratture. Dico "una qualche forma", perché anche di "osteoporosi" così come di "frattura" e pressoché di ogni altra diagnosi esistono molteplici varietà. Laddove un paziente dovesse riportare molteplici fratture in un breve periodo di tempo il medico che dovesse averlo in cura potrebbe doversi preoccupare non più solo della terapia delle singole fratture ma anche della presa in carico di una osteoporosi.

Perché mi dilungo (si fa per dire) su questi disturbi fisici, di competenza medica?
Volevo degli esempi che mostrassero chiaramente come la diagnosi è né più né meno che uno strumento, un passo del complesso processo terapeutico. Il terapeuta una volta fatta una diagnosi è in grado di ricollegare i sintomi lamentati dal paziente ad un più o meno preciso insieme di conoscenze scientifiche (o perlomeno supposte tali), e di scegliere così la o le forme di terapia che ritiene più adeguate per la cura del disturbo stesso.
Volevo inoltre far rilevare dei concetti importanti: una cosa è il disturbo ("il male in sé"), un'altra la diagnosi ("l'etichetta che il clinico attribuisce al disturbo"), un'altra ancora (o altre ancora) le cause che determinano il disturbo stesso ("eziologia"); rimane inoltre da considerare che una volta posta una certa diagnosi (non sempre certa, a volte solo probabile), e quindi una volta ipotizzate la presenza di un certo disturbo nonché, se possibile, delle eziologie per lo stesso, il clinico dovrà ancora scegliere tra molteplici forme di terapia prima che il paziente possa arrivare ad ottenere la sua tanto agognata guarigione.

A cosa servono queste precisazioni?
Per cominciare, dovrebbero metterci in guardia rispetto ad un errore fatto talvolta persino nel mondo della medicina, cioè usare etichette diagnostiche relative a dei disturbi per identificare un paziente. Pensando al passato abbiamo l'esempio del "lebbroso", o dell' "appestato"; oppure, fino a non poco tempo fa sapevamo di dover stare attenti a parlare di "portatore di handicap" e non di handicappato (ora diremmo forse "diversamente abile" ma questa è, per così dire, un'altra storia). Nell'ambito dei disturbi mentali il pericolo e la frequenza di questa confusione è ancora maggiore: "...lascialo stare a quello, lui è..." ...un depresso", "...un drogato", "...uno schizofrenico", etc etc. Un'etichetta diagnostica è assolutamente insufficiente già solo per identificare un disturbo, figuriamoci per descrivere una persona; anche senza considerare gli effetti dello stigma sociale che discendono da questa identificazione (già accennati nel precedente post di l'identificazione del paziente stesso in una diagnosi è talvolta un ostacolo alla sua guarigione (es: "sono fatta così, sono anoressica").

Oggi il paradigma di studio più accreditato delle cause all'origine di un disturbo mentale prevede che esse siano di tre diversi ordini: "bio"-"psico"-"sociali". In sostanza, perché ci sia un disturbo mentale dev'essere presente una combinazione di questi tre fattori. Grossomodo, la parte biologica fa riferimento alla base genetica di ognuno, che determina punti di forza ma anche di vulnerabilità, a seconda delle esperienze con cui poi l'individuo si dovrà confrontare (esagerando, immaginate un individuo con un comodo salvagente "in dotazione genetica", e quanto diversamente questo gli sarebbe d'aiuto a seconda del suo doversi confrontare con il mare o con un deserto); la parte psicologica consiste, sempre grossomodo, nel modo in cui ognuno di noi ha imparato a far fronte a determinate esperienze, modo magari adatto e quanto mai di successo nella stragrande maggioranza dei casi, ma, per esempio, insufficiente di fronte ad un terremoto (o anche davanti ad altre esperienze di vita meno estreme); la parte sociale è relativa infine alla maggiore o minore efficacia con cui le reti sociali in cui siamo inseriti possono aiutarci o ostacolarci nel far fronte a determinate esperienze.

Diagnosi di disturbi mentali identiche almeno limitatamente all'etichetta (ad es. "depressione maggiore") possono avere eziologie anche molto diverse tra di loro, avere un diverso tipo di substrato biopsicogenetico, e richiedere pertanto trattamenti anche molto diversi tra loro. Attualmente, un clinico (psicologo o psicoterapeuta) che voglia davvero fare una buona diagnosi dovrà stare bene attento ad individuare l'etichetta (o le etichette) diagnostica migliore tra quelle disponibili, approfondire anamnesi, storia familiare, notizie biografiche, struttura di personalità del paziente, escludere eventuali cause biologiche, e solo allora potrà con buona approssimazione scegliere tra le terapie possibili per quel disturbo proprio quella più efficace per quel singolo paziente.

In conclusione, è vero che una buona diagnosi ci semplifica grandemente le cose quando vogliamo avere informazioni relative all'andamento prevedibile medio di un disturbo mentale, ma ciononostante perché il disturbo mentale di un singolo paziente possa davvero essere curato la diagnosi di quello stesso disturbo non sarà che una piccola parte delle molte conoscenze che assieme al paziente dovremo acquisire non solo sulle specifiche caratteristiche del suo disturbo in particolare ma anche e soprattutto su di lui (il paziente stesso) più in generale nonché sul suo mondo "biopsicosociale".

giovedì 26 novembre 2009

Correlati neurali I: esempi e introduzione

Molte persone al mondo, spesso motivate da giornali troppo zelanti, pensano che i neuroscienziati siano quasi arrivati ad una comprensione della mente umana. Cosa vorrebbe dire comprensione? Una buona definizione mi pare: "Essere in grado di spiegare, al livello più elementare possibile, come e perche un essere umano si comporta in una data maniera". È abbastanza evidente che per rispondere ad una tale domanda sia necessario sapere preventivamente cosa accade nel cervello di una persona (dato che noi riteniamo il cervello essere l'implementazione della mente) quando essa si comporta in una data maniera. Sappiate, allora, che anche questa domanda è, in gran parte, senza risposta. Però la risposta, se ci fosse, avrebbe un nome altisonante: i correlati neurali. Un ruolo particolare hanno ovviamente i correlati neurali della coscienza.

Vorrei fare alcuni esempi di cosa si sa al livello di neuroni. Come abbiamo spiegato più volte, i neuroni sono cellule la cui attività si esprime tramite brevi scariche elettriche. Noi sappiamo con sicurezza che: ci sono percezioni o azioni che hanno come correlato neurale l'attività aumentata di alcuni neuroni; ci sono percezioni o azioni che hanno come correlato neurale l'attività diminuita di alcuni neuroni; neuroni correlanti con la stessa classe di rappresentazione (forma, colore, odore, movimento) simili sono facili da trovare in zone vicine del cervello; ci sono correlati che non sono l'attività aumentata o diminuità. Vi faccio alcuni esempi:

Attivitá aumentata

Non ve ne accorgete, ma voi muovete in continuazione il punto di fissazione del vostro occhio. Prima di ogni micromovimento, ci sono alcuni neuroni che si attivano.

Attività diminuita

Alcuni neuroni sono più attivi se un oggetto si trova in un punto abbastanza preciso del vostro campo visivo, ma meno attivi del solito se l'oggetto si trova nelle immediate vicinanze. Per saperne di più.

Zone

Neuroni che correlano con la direzione di movimento si trovano tutti in una zona particolare della corteccia visiva. Muovendosi di pochi micrometri, la classe di correlazione cambia.

Correlati diversi

Ci sono neuroni che aumentano solo lievemente la loro attività poco prima di un segnale motorio, mentre la regolarità della loro attività aumenta molto di più.

Questo riguarda il cosa. Ovviamente, sapere come vengono manipolate queste rappresentazioni è ancora molto, ma molto, ma molto al di là di venire. È capire se è possibile ridurre la mente ai suoi correlati neurali è una domanda probabilmente destinata a rimanere per sempre senza risposta.